Personaggi in cerca di un gin tonic. Il romanzo di Marco Ferrante

Libri
ferrante_unita

“Gin tonic a occhi chiusi”: una borghesia incerta sul proprio presente e sul proprio futuro

Nei Gialli Mondadori alla prima pagina c’è sempre un indice dei personaggi principali – l’investigatore, la ricca vedova, il figlio di lei, il giovane cronista, l’amante di lui eccetera eccetera… Specie per un libro giallo, privilegiare i personaggi rispetto alla trama potrebbe sembrare una stranezza. E invece no. Per due ragioni: primo, perché si sollecita subito il lettore a prendere confidenza con quelli che per qualche giorno, qualche ora, saranno i suoi “compagni”; e secondo perché sarà sempre utile, man mano che ci si inoltra nella storia, verificare in quella prima pagina chi sia questo, chi quello.

Anche Marco Ferrante ha posto un indice dei personaggi principali all’inizio del suo intrigrantissimo romanzo (Gin tonic a occhi chiusi, Giunti) come a voler mettere subito in chiaro che un romanzo “è” i suoi personaggi, bypassando così una secolare tradizione critica che vuole soprattutto esaminare l’ambiente, il contesto, i rapporti sociali: ed è questa una bella scommessa tutta letteraria, che secondo noi l’autore vince pur dovendo lottare con trame di vario tipo, fatti e misfatti, ironie e descrizioni, finanche vicende politico-parlamentari, che gli escono dalla penna sospinti dalla creativa visione della realtà d’oggi.

Ferrante è un giornalista, e pure bravo (è vicedirettore a La7) ma del giornalismo d’oggi non ha la superficialità, il respiro corto, e ne conosce invece il trucco fondamentale del saper raccontare i particolari tenendo d’occhio l’insieme.

La trama, meglio sarebbe dire: le trame, prendono il lettore come ogni romanzo che si rispetti deve fare. Ma la domanda vera diventa però un’altra: funzionano, questi personaggi? Funzionano, sì. Funzionano perché sebbene il milieu sia molto romanocentrico, quello di una borghesia ricca un po’ sfaccendata un po’ maneggiona, un po’ annoiata un po’ euforica, c’è qui qualcosa di classico e dunque generale nella famiglia Misiano: l’anziana e “patrizia” madre Elsa, il di lei marito benestante e antico, i di lei tre figli (nuclei essenziali dell’opera); Gianni Misiano, importante commercialista un po’ blasé; Paolo Misiano, politicante rampante di carattere debole e pieno di casini; Ranieri Misiano, giornalista dei nostri tempi dalla giacca finto trasandata e immancabile zainetto. Questi Buddenbrook dei nostri giorni ne combinano di vario tipo ritrovandosi alla fine, chi più chi meno, al punto di partenza, e se volete questa è una triste ma abbastanza veritiera metafora della nostra decadente borghesia.

Ruotano attorno vari personaggi di una Roma-bene da inizio secolo (“questo” secolo per intenderci), dove i soldi non scarseggiano e i gin tonic nemmeno; quello che scarseggia è piuttosto il senso di marcia di questa classe e il coraggio – che pure i nonni dell’attuale borghesia ebbero all’inizio del secolo (quell’altro) o dopo la guerra, o nei favolosi anni Sessanta.

Ma dove sta andando, questa borghesia? Ce lo chiediamo mentre ci passano, setacciate al microscopio, le vicende dei fratelli Misiano, e la corte di donne e donnine, personaggi e personaggetti che fanno da corona: dove vanno? Aggrappati alla Zattera delle meduse nel mare delle inquietudini dell’animo, fingono di essere appagati davanti a un calice di vino bianco ma sono ossessionati dall’idea della rovinosa caduta: sociale, economica, politica, familiare. E il romanzo di Ferrante, che scivola via surfeggiando fra un’ironia e l’altra – perché lo stile di Ferrante ha un fondo di sapida comicità – ci disvela una Roma sufficientemente nauseante e come vana, una grandissima provincia con tante zone verdi e monumenti ma pur sempre provincia – forse a Fellini sarebbe piaciuta una descrizione così – e un quadro di rapporti umani abbastanza deprimente, con tutti questi personaggi in cerca di se stessi e di un gin tonic.

Vedi anche

Altri articoli