Periscope, un primo bilancio: ecco cosa funziona e cosa no

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Interazione, regia e aggregazione sono le parole chiave per il successo. Il network c’è, sul social c’è ancora da lavorare

Dopo quattro mesi di Periscope possiamo azzardare un primo, minimo, bilancio. Come spesso capita nelle cose umane, sono stati smentiti sia i catastrofisti (“sarà un flop, una moda passeggera, durerà una stagione”) sia gli entusiastici sognanti (“il mondo non sarà più lo stesso, realizzati i sogni di Joyce, Wallace, Proust, Marinetti, Calimero e Don Bachi”). Periscope c’è, funziona, ha delle potenzialità enormi non ancora sfruttate (poi vedremo perché), ma non è il terzo occhio del poeta: è uno strumento, una applicazione, che ha bisogno, sia per essere utilizzato che per essere fruito, di un linguaggio, di un alfabeto, comprensibili istantaneamente ad entrambi i soggetti. Ma come si “buca” con Periscope?

QUANDO NON FUNZIONA
Periscope non funziona quando lo si utilizza come uno streaming monodirezionale. L’uomo muto dietro la macchina da presa, il cameraman . Scompare l’uomo e resta solo una scimmia che gira la manovella, come nella geniale pellicola di Buster Keaton. L’effetto è quello del video di scarsa qualità, quello che fece scrivere a Michele Serra a proposito dello streaming dell’incontro Bersani-M5S : “non vogliamo morire in cinemascope”. È il limite dell’utente twitter tipico, magari bravissimo con la parola scritta, calibrata, smussata, ma così impreparato all’interazione audio-video da tacere, riprendere un evento altrui o molto spesso da evitare di usare l’applicazione in bilico fra la timidezza e il timore della gaffe in diretta.

QUANDO FUNZIONA
La parola chiave (la prima) è interazione. Periscope funziona quando chi sta realizzando lo streaming dialoga con chi commenta, fornisce informazioni. Meglio se in più lingue, meglio se velocemente, come in un flusso ininterrotto, a cascata. La più importante PeriscopeStar italiana non a caso è Giulio Base, attore sì, ma soprattutto regista.

Perché la seconda parola chiave è: regia. Scegliere ciò che deve entrare e ciò che non deve entrare all’interno del rettangolo visivo. Attualissima la lezione di Zavattini che, più scafato, ammoniva i giovani amici neorealisti che in estasi sognavano “aboliamo il regista! Mettiamo una macchina da presa in una piazza e si gira, così, la vita vera!”. E dove la mettete la macchina da presa? Scegliere il punto di vista è già regia. Ecco, Periscope funziona quando si sceglie UN punto di vista che coincida con la narrazione di chi sta riprendendo, interloquendo; non un punto di vista a caso, ma una cornice voluta, coerente, funzionale al messaggio.

La terza parola chiave, una chiave, beninteso, ancora da forgiare è: aggregazione. L’universo Periscope è un magma, un oceano sterminato in cui certamente si nascondono perle, ma difficili da ritrovare, adombrate da una fauna e una flora dalle caratteristiche e dall’interesse relativi. Insomma, puoi trovare a distanza di pochi secondi, l’adolescente che dal chiuso della cameretta racconta i propri dolori sentimentali e il manifestante che si trova nel momento degli scontri a Piazza Syntagma. È necessario che qualcuno, dotato di una certa autorevolezza e competenza separi il grano dal loglio: ci segnali i chicchi migliori, le chicche. Un aggregatore di contenuti Periscope.

Ci sta provando l’account @subitostream, utilizzando twitter come canale; districarsi nel labirinto delle molteplici e incrociate possibilità tecniche però non è oggi affatto semplice: Periscope per iOS, per Android, per fisso, mention tweet da fisso, da mobile, commenti sì da mobile, ma non da fisso, copia del link da fisso, da mobile solo iOS, eccetera eccetera. Per poter garantire ad ognuno la possibilità di un accesso invitante ai contenuti, e così invogliare a produrne di propri, sarà indispensabile, per costruire questi aggregatori, non soltanto una estesa familiarità con i flussi di informazioni sui social media, ma anche una radicata esperienza tecnica sul campo.

Insomma Periscope non è un progetto abortito, né un locus di nicchia. Semplicemente, per le ragioni che abbiamo cercato di raccontare, è un potente network, ma che ancora non è un social.

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