Periferie urbane al centro dell’Europa che cambia

Europa
Circolo PD di via Tazio Nuvolari durante votazioni primarie centrosinistra. Roma 6 Marzo 2016, ANSA/GIUSEPPE LAMI

Il Partito Democratico deve aprire sistematicamente circoli nei quartieri di frontiera, affidandoli ai giovani

L’On. Giancarlo Giorgetti della Lega Nord ogni volta che interviene in Parlamento sul tema, chiede giustamente un percorso ricostituente dell’Europa a partire dal principio di sussidiarietà.
Ecco realizzarlo praticamente nelle periferie lombarde sarebbe già un successo. Periferie urbane al centro dell’Europa che cambia, questa deve esser, a mio parere, la mission comune di politica e società.

Per raggiungere questo scopo, se guardiamo in casa nostra, gli ultimi tre governi hanno fatto oggettivamente molto: la centralità di Cassa Depositi e Prestiti con una ricollocazione strategica e azioni concrete già in atto nei mesi recenti (a Milano siamo in attesa della nomina che sostituisce Beppe Sala); il lavoro prima di tutto culturale di Raffaele Cantone; la capacità di rendere conveniente fondare il rilancio economico dell’Europa a partire dalle città messa in campo a suo tempo dal Presidente Monti (e dai tedeschi bavaresi); la ridefinizione delle competenze stato – regioni grazie al prezioso contributo offerto al governo dal Presidente Zaia e dall’On. D’Alia; la pubblicazione dei bandi del Governo Renzi per il rilancio delle periferie che costringono metodologicamente le istituzioni a cooperare e massimizzare le risorse: perché il vero federalismo e’ questo, non raddoppiare i costi per i cittadini.
Vale in Italia, deve poter valere per l’Europa: ma su questo, appunto, la Lega Nord oltre gli slogan oggi non va. Nonostante l’ampia elaborazione prodotta dall’ex-parlamentare europeo Fiorello Provera con la sua Fondazione che raggruppa i movimenti autonomisti di mezza Europa.

Il PD invece, reduce dalla tornata delle amministrative che ha oggettivamente certificato un calo di fiducia proprio nelle periferie urbane, oggi deve necessariamente andare oltre gli slogan dell’ultima direzione nazionale e articolare una proposta politica ed organizzativa per un proprio reinsediamento nei quartieri “di frontiera”.
E non c’è dubbio che la campagna per il SI al referendum costituzionale può essere un’occasione fondamentale per farlo.
Sono convinta anche io di quanto dichiarato dal Senatore D’Anna pochi giorni fa: Renzi vince il referendum se è capace di raccontare una storia che lega la riforma costituzionale alle altre riforme e se è in grado di far comprendere che la rottamazione generazionale si trasformerà ora in protagonismo politico e sociale per tutti coloro fino ad oggi lasciato ai margini proprio perché capaci di accompagnare il cambiamento nei partiti, nelle associazioni di categoria, nel terzo settore. Tutti per il merito e la sana competizione al rialzo, ma poi tutti pronti a rifugiarsi in rassicuranti correnti o lobby.

Che cosa sono allora le periferie? Sono tutti gli agglomerati lontano dal centro città? No, cominciamo a sfatare questo mito: chi vive a Milano2 o nel nuovo caseggiato in ordine, pulito e ben mantenuto del quartiere Adriano a Milano non abita in periferia.
Periferie sono tutti quei quartieri dolenti anche centrali, in cui le persone ogni giorno combattono una quotidiana guerra tra il desiderio frustrato di riscatto e il destino di rassegnarsi al degrado edilizio e sociale, di restare senza lavoro con il rischio di ritrovarsi in circuiti di malavita organizzata.
Questo stato di cose rischia in futuro di saldarsi con un sentimento di “diritti attenuati” delle seconde e terze generazioni di immigrati stranieri, di coloro che raggiungono la famiglia di origine a 12-13 anni e che in una grande città sconosciuta, finiscono per non sentirsi più nessuno, alimentando un processo individuale di rabbia ben diverso da quello ideologico e collettivo che il nostro Paese ha conosciuto storicamente. E quindi ancor più pericoloso perché difficile da incanalare. Non lasciare le persone sole diventa il punto. Questo impone a società e politica di mettere in discussione i propri assetti organizzativi e la mentalità con cui lavorare su consenso e coesione sociale.
In queste amministrative per esempio appare chiaro che “i giovani renzini” non amano fare fatica né tanto meno sporcarsi le mani nei quartieri dolenti. Se per costoro fare politica significa solo partecipare a dibattiti altolocati, magari aperti a pochi eletti, saper parlare bene e non avere alcuna competenza gestionale, non andiamo da nessuna parte.
Evviva dunque il progetto di formazione politica che Antonio Bassolino intende realizzare per il sud che mira proprio a ri-costruire generazioni dirigenti robuste, che non inseguano i facili status e che non vivano la politica come uno strumento per la propria promozione sociale.
Evviva il processo di formazione di una Generazione di Facility Manager avviata dal Presidente di Ifma Italia, Alfredo Romeo.
Evviva l’innovazione comunicativa e la costruzione di una narrazione partecipativa a partire dalle scuole, che hanno cominciato a sperimentare Le Periferie al Centro dell’Architetto Stefano Boeri e di Mirko Mejetta.
Evviva la ricostruzione di contenuto dei sistemi di formazione professionale che Padre Pischedda, il Prof. Marco Vitale e l’Ucid di Brescia hanno avviato unitamente al cambio di mentalità che Don Luca Bressan a Milano sta tenacemente portando avanti nel dialogo tra religioni e nella gestione dell’accoglienza.

Il Partito Democratico deve aprire sistematicamente circoli nei quartieri di frontiera, affidandoli ai giovani dei quartieri perché siano testimoni presso tutti i loro amici di una fase di protagonismo sino ad oggi negata. Fatto questo, va dato loro uno strumento organizzativo: un’associazione nazionale dei giovani di frontiera.
Per il Pd si tratterebbe rilanciare un’intuizione passata di Nicola Zingaretti e Gianni Cuperlo che a suo tempo favorirono con successo la nascita di soggetti come l’Unione degli Studenti e Nero e non solo.
Occorre poi stimolare una partecipazione sociale rinnovata a partire dalle associazioni di via di commercianti ed artigiani legate alle community di quartiere sui social network, dalla riorganizzazione del sistema cooperativo e dell’innovazione su tutti i progetti di coesione sociale realizzati dalle istituzioni rendendo piena la definizione che, del tema, l’Europa ci consegna: benessere per tutti, riduzione delle disparità e contrasto alla polarizzazione dei conflitti. Un sistema innovativo di servizi per la prevenzione e mediazione dei conflitti sostenuto in prima fase dalla pubblica amministrazione capace in breve tempo di camminare autonomamente.
In questo quadro diventano centrali le politiche di rigenerazione urbana nella strategia annunciata dal Sindaco Sala: “non solo riqualificazione edilizia, ma impegno quotidiano per restituire dignità alle persone” e quindi prioritario riformare le leggi sulla casa. Convenzionare lo sfitto o invenduto privato realizzando il vero housing sociale e ampliando subito l’offerta abitativa, assegnare le case in base a quote di reddito come chiesto giustamente da Fassino , favorire la permanenza di redditi medio-alti secondo il principio chi più ha più paga al fine di contrastare l’impoverimento continuo dei quartieri e la sostenibilità economica del sistema di edilizia sociale.

L’Europa nel mondo che cambia riparta dal coordinamento delle politiche sulle città.

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