Periferie tra solidarietà e individualismo. Ecco come non lasciare indietro nessuno

Città
TORBELLAMONACA-4

Negli ultimi anni ho visto disgregarsi e poi sparire, la rete sociale che una volta funzionava e non lasciava indietro nessuno

Dopo il voto delle amministrative abbiamo assistito ad una sequela di profonde analisi socio-antropologiche rispetto a cosa non funziona nelle periferie. Nessuno di quelli che in questi giorni si è affannato in questo esercizio di stile, nei mesi scorsi ha mai sentito l’esigenza di affrontare questo tema. Eppure il problema non nasce certamente oggi. Oggi è un’agenda setting.

Io sono nata e cresciuta  in una delle tante periferie delle nostre città e ho convissuto per anni con l’opprimente sensazione di inferiorità che si prova quando, in qualche uscita verso i quartieri ”bene” mi chiedevano dove abitassi e alla mia risposta replicavano: “laggiù?”. Si laggiù, perché anche “laggiù” è Roma. Roma Capitale.

Avrei voluto rispondere che andavo fiera della mia periferia, dei miei compagni di scuola, le cui famiglie vivevano seri disagi economici e dovevano affrontare gravi problemi, eppure sempre pronti a dare una mano, ad offrire qualcosa di loro a chi aveva meno di niente. Si chiamava ieri come oggi solidarietà. Come è possibile che negli stessi luoghi oggi vincano movimenti e partiti che tendono all’individualismo e all’isolamento autoreferenziale dei social network?

Abbiamo commesso degli errori, abbiamo abbandonato i territori; è prevalso un arcipelago di interessi particolari e spesso contraddittori tra loro, espressi da tanti cacicchi e ras locali che hanno interpretato al meglio il crollo di ogni idea e di esortazione attinente al bene comune. E’ decaduta ogni forma di rappresentanza che superi il particolare per allargarsi all’interesse generale, a quello dei cittadini.

Molti, dalle loro case in centro, spiegano che la periferia va collegata con il centro. Ma il problema non è solo di realizzare un collegamento fisico. Negli ultimi anni, almeno a partire dagli ultimi 20, ho visto disgregarsi e poi sparire, la rete sociale che una volta funzionava e non lasciava indietro nessuno. Era un sistema sociale in grado di occuparsi delle persone in maniera capillare, un patrimonio che non abbiamo saputo preservare.

Penso alla mia parrocchia, quella che mi ha visto nascere e diventare adulta, accompagnandomi con attività vive e vere: dall’oratorio al centro estivo, passando per il coro ed il Centro di Ascolto che si occupava dei poveri della comunità, a prescindere dalla religione, e dava i pacchi alimentari. Penso alle sezioni dove si discuteva, si parlava, si producevano documenti.  Avere la tessera era un valore. Faceva un certo effetto entrarci: era pieno di militanti appassionati, seri, intelligenti.

Oggi la mia parrocchia ha gli orari di apertura e chiusura, come fosse un ufficio qualsiasi. I partiti hanno serrato le loro sedi o si sono chiusi dentro a contare tessere e preferenze, lasciando fuori le persone e privando i territori di luoghi di incontro, confronto e discussione. Quei luoghi dove si trovavano insieme soluzioni condivise. Servono punti di aggregazione.

Poi certo se raggiungere il centro non fosse un’odissea quotidiana, la qualità della vita sarebbe migliore, senza dubbio, perché si avrebbe meno stress e più tempo per crescere insieme.

Le scuole hanno insegnanti bravissimi ma per lavorare in periferia serve la capacità di andare a prendere i ragazzi dalla strada, quelli che pensano di essere segnati a vita per il luogo o la famiglia in cui sono nati. Bisogna comprendere, parlare, senza cercare il voto a tutti i costi. Dobbiamo riscosrtuire e le scuole devono essere aperte al territorio. Ricordo insegnanti meravigliosi che conoscendo il territorio conoscevano i ragazzi prima ancora che entrassero in aula il primo anno.

Le periferie non sono luoghi mentali, ma luoghi dove le persone vivono. Devono essere belle e sicure ma, soprattutto, non devono essere abbandonate. Servono luoghi dove condividere le esperienze, istituzioni che non si chiudono a riccio e una classe dirigente che non pensi soltanto a fare carriera

Rimbocchiamoci le maniche, usciamo e diamo il nostro contributo per dimostrare che insieme si può ricostruire il futuro.

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