Pericolo autolesionismo che mina le basi del Pd

Pd
Una veduta dell'aula, durante i lavori sul ddl anticorruzione alla Camera dei Deputati, Roma, 21 maggio 2015. ANSA/GIORGIO ONORATI

Il Pd deve essere la casa comune di colore che vedono il futuro come un’opportunità e non come una preoccupazione. Un partito che spinga in avanti l’Italia

Ci avevano raccontato che l’arrivo del soccorso ex azzurro di Verdini sarebbe diventato determinante per salvare la pelle ai visi pallidi del governo. Che sarebbe stato un intervento velenoso, quasi mortale per il Pd. Che avrebbe finito per inquinare tutti i pozzi e far risultare inevitabilmente modificato il dna dei democratici trasformandolo, ipso facto, nell’abominevole Partito della Nazione, e addio sinistra. Invece ieri, al posto di quello che ci avevano raccontato come un film dell’orrore, ne è andato in scena uno completamente diverso. Praticamente l’opposto: senatori del partito democratico della minoranza Pd che votano assieme a quelli guidati da Salvini, da Grillo e da Berlusconi, contro i loro colleghi del Pd e della maggioranza. I loro voti (assieme, ironia della sorte, a quelli di due verdiniani) sono risultati determinanti per mandare in minoranza il loro governo, il governo guidato dal Pd. Purtroppo non si tratta neppure di una prima assoluta, ma di un remake già visto troppe volte sugli schermi della sinistra. Ieri, sulla Rai (ma il merito qui contra davvero poco), è andato in scena, ancora una volta, quel riflesso condizionato che fa parte della sinistra masochista.

Quell’autolesionismo che fa danni da decenni, che ha abbattuto due governi dell’Ulivo e che ora prova a fermare il progetto riformista del Pd e del governo. Altro che pericolo del nuovo soccorso ex azzurro, qui siamo all’oramai storico Tafazzi. È come la storiella della rana e dello scorpione che devono attraversare insieme il fiume. Lo scorpione deve salire sulla schiena della rana, ma lei non si fida ha paura di essere punta e uccisa. ma così anche lo scorpione morirebbe affogato. Farebbe una scelta illogica contro il suo stesso interesse. Una spiegazione che convince la rana a caricarselo sulle spalle. Solo che proprio a metà strada, in mezzo al guado, lo scorpione la punge. Entrambi sono così destinati a morire: la rana avvelenata, lo scorpione affogato. Non ha resistito al proprio istinto, alla sua natura.

La favola è curiosa, ma non rallegra affatto. Anzi preoccupa parecchio tanto che oramai l’evocazione di un ritorno alle urne prima della scadenza naturale della legislatura non è più visto come un tabù neppure dalle parti di Palazzo Chigi. Del resto se l’alternativa fosse vivacchiare immobilizzati a pur onorevoli poltrone ma bloccati da continui veti e imboscate, allora molto meglio andare a chiedere direttamente agli italiani che ne pensano. Che vogliono fare del loro futuro e sopratutto di quello del Paese. Come racconta il sondaggio qui a fianco il Pd si conferma largamente il primo partito d’Italia e sta recuperando consensi (grazie alle proposte del governo in particolar modo sulla riduzione della pressione fiscale) in un quadro in cui cala l’astensionismo. Gli altri partiti o vanno indietro o restano fermi. E quindi immaginabile che in un a campagna elettorale per le politiche la spinta alla crescita del Pd e quindi a una bipolarizzazione del voto sarebbe ancora più accentuata tanto da avvicinarlo a quel quasi 41% toccato alle europee di un anno fa.

Il problema quindi non è se per il governo le elezioni siano da temere (anche perché quando i cittadini votano e decidono non c’è mai da temere), ma quanto servano ora al Paese. Ora che, non senza fatica, l’Italia sta rialzando la testa e può guardare con una buone dose di ottimismo ai prossimi mesi e anni. E qui il vero nodo da sciogliere riguarda il Pd e a cosa serve questo partito per questo paese. Che ce ne facciamo di questo Pd? A che ci serve un Pd dove non sembrano dover contare nulla le proposte votate da qualche milione di cittadini alle primarie, discusse e approvate in svariate riunioni della direzione, decise in altrettanti assemblee dei gruppi parlamentari? È oramai una questione dirimente perché ha a che fare direttamente col valore della politica che è si confronto, ma è anche decisione.

A meno di non voler aprire porte e finestre a chi della politica vuol farne a meno perché tanto ha altri strumenti e mezzi per decidere e far decidere. «Ogni aderente al Gruppo nello svolgimento della sua attività parlamentare si attiene agli indirizzi deliberati dagli organi del Gruppo, che sono vincolanti» recita, ad esempio, il regolamento dei deputati Pd approvato in tempi non sospetti, marzo 2013, quando ancora Renzi era lontano dalla segreteria Pd e da Palazzo Chigi. Rispettarlo e farlo rispettare non è questione normativa, ma politica. È la base dello stare assieme, del sentirsi legati da un vincolo che non può essere certo quello della fedeltà a un capo, ma della lealtà nei confronti di qualche milione di persone che al Pd ci crede e che crede questo partito possa cambiare in meglio il Paese. Ieri tutti (o quasi) i media ci spiegavano che il Pd s’è auto-inflitto una lesione molto grave, quasi un suicidio, perché una parte dei suoi senatori non aveva votato a favore dell’arresto di un senatore.

Ovviamente la cicuta bevuta dal Pd era un abominevole mix di autotutela della casta e diabolica scelta tattica per non mettere in difficoltà il governo (il senatore è di Ncd) e rendere anzi più solido il patto (sulfureo) con quei pezzi di destra che (in tempi diversi) hanno lasciato Berlusconi, buon ultimo l’impresentabile Verdini. E vabbe’. Ma il fatto grave è che questa lettura appare non solo probabile, ma addirittura verosimile perché confortata, sostenuta, alimentata da una parte degli stessi esponenti Pd. Ma davvero si può pensare che ad esempio il senatore Luigi Manconi (che ha votato no) stava tramando per costruire il partito della Nazione? E davvero si può inviare questo messaggio alle decine di migliaia di persone che ieri (e l’hanno fatto l’altro ieri e lo faranno pure domani e dopodomani) stanno montando (o smontando) stand, e grigliando braciole e friggendo patatine in maniera assolutamente volontaria e gratuita in decine e decine di feste de l’Unità? Cittadini che traducono in un atto volontario, di gratuito sostegno al Pd, la loro voglia di cambiare e di migliorare le cose. E lo fanno spinti da quella strana cosa che è la passione politica senza chiedere in cambio prebende, poltrone o varianti urbanistiche.

Girando per quelle feste e leggendo le lettere e le email dei nostri lettori, emerge con forza la voglia di vedere un Pd che non si auto-flagella fino al limite, come ieri dell’autolesionismo. Per quel che c’è capitato andando un po’ in giro per le feste de l’Unità, tra chi si rimbocca le maniche volontariamente per il Pd, non abbiamo incontrato nessuno che ci ha chiesto che il Governo si fermi, che rallenti la sua marcia riformista o torni indietro. Certo, a fianco degli incoraggiamenti (tanti anche al nostro neonato giornale) abbiamo ascoltato critiche, sono spuntati «ma» e «però», e c’è la consapevolezza che tutto non si possa fare da Palazzo Chigi e che il premier non sia dotato di bacchetta magica per risolvere automaticamente tutti i problemi sui territori. E tuttavia non abbiamo trovato nessuno pronto a brindare su una sconfitta del Pd, del governo e di Renzi. Nessuno pronto a festeggiare (come ieri è successo in Senato quando il governo è andato in minoranza). Non è una cosa strana che la gente del Pd non si auguri il suicidio del Pd. Anzi è normale per chi ha creduto nel Pd come strumento di reale cambiamento in questa fase sì difficile, ma anche piena di prospettive.

Come spiegava bene domenica Walter Veltroni su questo giornale, cambiare è la ragione stessa dell’esistenza in vita della sinistra. Ad esempio, sarebbe davvero un suicidio politico ritornare alla casella di partenza della riforma costituzionale dopo aver promesso ai cittadini che finalmente avremmo superato il bicameralismo perfetto e paritario promesso da noi da decenni, così come sarebbe autolesionismo cambiare una legge elettorale che consente ai cittadini ( «la sovranità appartiene al popolo» stabilisce la nostra Costituzione) di scegliere da chi essere governati e obbliga chi governa, proprio perché gli attribuisce la forza parlamentare necessaria, a rispettare gli impegni con gli elettori. Riforme che sono la pre-condizione per ridurre le tasse sulle famiglie, le imprese e lavoratori e pensionati.

Il punto quindi non è il «se» fare le riforme, casomai è il come e il quando. Ed è qui e ora che il Pd gioca un pezzo di sé stesso, ma quel che più conta mette in gioco un pezzo del futuro del nostro Paese. È per questo che servirebbe un partito ancora più forte e più largo di quanto non dicano i numeri che leggete qui a fianco. Un partito che non consideri nemici chi la pensa diversamente e che non reputi minaccia democratica (o torsione cesarista) la democrazia: dopo aver discusso e votato (nelle primarie, in direzione, nei gruppi parlamentari), si decide e si fa. Un partito cioè dove le porte siano sempre aperte, anzi spalancate alla partecipazione (anche critica) dei cittadini. E anche questo giornale, un contributo lo può dare, e lo darà. Un Pd cioè come casa comune (ma open space per evitare stanzette separate e incomunicabili) di tutti quelli che credono possibile cambiare questa Italia, che vedono il futuro non come una preoccupazione ma come un’opportunità. Un partito che spinga in avanti l’Italia.

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