Peres, tenace costruttore di futuro

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DAVOS-KLOSTERS/SWITZERLAND, 29JAN09 - Shimon Peres, President of Israel during the session 'Gaza: The Case for Middle East Peace' at the Annual Meeting 2009 of the World Economic Forum in Davos, Switzerland, January 29, 2009.

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Con Peres se ne è andata l’ultima espressione di una classe politica vera che non è cresciuta in questi anni, lasciando una morte senza eredi

Quella di Shimon Peres è una morte senza eredi ed è il segno più evidente della crisi della politica. Evento prevedibile, per certi aspetti atteso, ma egualmente molto problematico perché mostra il vuoto o l’inesistenza di una classe politica dotata di una visione condivisa di futuro.

Peres è una figura politica che ha attraversato complessivamente la scena e la storia di Israele dalla fondazione, ricoprendo tutti i ruoli di primo piano: come ministro, come capo del governo, come responsabile delle politiche interne, come leader del partito laburista, infine come Presidente dello Stato.

Non è per questo tuttavia che è rimasto nell’immaginario collettivo oltre Israele. A noi resta una doppia immagine di Peres.

La prima riguarda la sua sfida alle inerzie del presente. Ovvero l’agire di u n’intelligenza che prova a misurarsi con le durezze della realtà e immagina o costruisce un percorso di sfida alle resistenze della politica e si avventura verso la definizione di un progetto di pace concordata, consapevole anche della sua solitudine. Peres sa che non è amato, che non ha carisma, che la sua è solo intelligenza politica. Per questo non è il capo del governo che nel 1992 inizia a pensare quel processo. Perché quel processo si stabilisca occorre una figura che rappresenta anche le emozioni del dolore. Rabin, con la sua voce grave, è quella figura. La voce di Peres “non scalda i cuori”. La sua parola è quella di un ragionatore della politica, di un tenace costruttore di futuro per il quale politica è lavorare pazientemente sul quotidiano, senza dimenticare che niente è possibile se non si ha un sogno.

La seconda immagine che ci resta, è quella di essere la vittima dell’atto di un ragazzino di 25 anni, Yigal Amir, che irrompe letteralmente sulla scena (qui non importa stabilire con quali coperture, con quali connivenze, con quali appoggi) e uccide l’uomo della voce grave e spegne la parola al costruttore del sogno. Descritta così la scena che accade a Tel-Aviv la sera del 4 novembre 1995, sulla Piazza dei Re di Israele – oggi rinominata Piazza Yitzhak Rabin – è contemporaneamente il più grande scacco alla politica pensata e l’inno più grande al diritto dei giovani di veder trionfare l’antipolitica. Forse può apparire irriverente ricordarlo oggi. Ma credo sia l’omaggio più vero a ciò che ci resta di Shimon Peres.

Da una parte l’elogio alla politica come scommessa sul futuro, dall’altra parte, il fatto che né in Israele, né nei suoi vicini palestinesi – si sia riusciti a superare quella sconfitta. In altre parole che non si sia stati in grado di produrre una nuova generazione di classe politica che desse forma al sogno del futuro come riscatto, come libertà e come diritto a vivere in pace e in sicurezza nel proprio territorio.

Con Peres se ne è andata l’ultima espressione di una classe politica che in quel contesto non è cresciuta in questi anni, in questo senso una morte senza eredi. Una classe politica invece sostituita o rimpiazzata, come segno della crisi della politica, da molti capipopolo, certamente dotati di carisma, ma senza una visione di futuro condiviso, per il quale si sia disposti a rinunciare a qualcosa, per poter portare a casa il diritto a esistere e a provare a costruire futuro.

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