Il mio Sì al referendum contro i nuovi “poteri forti”

Referendum
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È importante che nelle nostre società si creino governi che possano operare liberi dalle fibrillazioni indotte dalla logica dei media

Sul referendum costituzionale dominano riflessioni di breve periodo influenzate dal giudizio sul governo e dalla sua capacità di far fronte alla crisi che l’Italia sta vivendo. Però credo possano essere necessarie anche riflessioni che abbracciano uno spazio temporale più ampio, che mettono a fuoco problemi e complessità insite nelle grandi trasformazioni in atto nella nostra società.

Si pensa che i governi democratici per garantire interessi generali debbano neutralizzare gli effetti dei poteri “forti” e si pensa che questi si nascondano soprattutto nell’economia e nella finanza. Ma anche i poteri e la loro forza cambiano. E’ importante riconoscere perciò che esiste un nuovo potere “forte”, il complesso economico simbolico, per parafrasare vecchie definizioni. E’ un potere che con la forza della propria logica di sistema (spettacolo, dramma, duelli, personalizzazione, ecc.) deforma gli altri campi in cui si articola la società.

Per fare solo un esempio e forse nemmeno il più importante pensiamo all’uso del sondaggio: per creare attese e novità da commentare cosa c’è meglio di numeri e percentuali che si possono ammantare di oggettività “scientifica” e di essere proposti come specchio della realtà scevro di interpretazioni? Da qui la dittatura del breve periodo, che diventa per chi governa e fa politica l’ossessione del consenso perché questa è la condizione necessaria della possibile continuità e stabilità. Da qui le spirali di dichiarazioni fatte solo per distinguersi e rendersi attraenti ai media o al chiacchiericcio dei social che si trascinano la fibrillazione e l’instabilità dell’ordine politico che si tramuta in sfiducia.

Fare spettacolo con la politica costa poco (i politici smaniano per andare in tv o essere intervistati) e una audience sufficiente per attrarre la pubblicità è garantita. E fare politica attraverso i media affascina, gratifica ed espone a molti meno rischi di quelli che corrono i politici. Il sistema mediatico non è più un apparato ideologico organico ad assetti sociali e di potere costituiti, è diventato un sistema autonomo che afferma il proprio ruolo e lotta per la propria sopravvivenza. E contemporaneamente la società diventa molto più complessa, le relazioni di fiducia che legittimavano le precedenti gerarchie si sciolgono: diventa la società dell’autocomunicazione di massa, dei cittadini che vogliono contare e credono di avere le competenze per risolvere tutti i problemi (e di fatto mettono in discussione le competenze specialistiche).

Per questo è importante che nelle nostre società si creino governi che possano operare essendo meno esposti alle fibrillazioni indotte dalla logica dei media. Che abbiano un periodo più certo di stabilità per produrre politiche di medio se non lungo periodo. Intendiamoci non si tratta di sottrarre i governanti all’essenziale e benefico ruolo di “cani da guardia” dei media vecchi e nuovi. Si tratta di riconoscere che il sistema mediatico (il sistema di produzione e diffusione dei valori simbolici che attribuiscono senso alla vita e motivano all’azione) ha assunto una propria autonomia e si è trasformato in un “potere forte”, un potere capace di deformare il campo della politica dettando tempi che non sono compatibili con il governo dei fenomeni in atto.

Solo di passaggio, non tenere conto di questo e lamentarsi poi della sondaggite dei leader politici mi pare ingenuo. Anzi,  ipocrita se questa accusa viene fatta dagli operatori del “complesso economico simbolico”. Per di più, queste critiche ai politici perché troppo attenti al consenso, e propensi esclusivamente a decisioni “elettoralistiche” introducono una consapevole o inconsapevole tensione verso soluzioni tecnocratiche. Ma pensare che si possa uscire con soluzioni tecnocratiche dalle difficoltà indotte nella democrazia dal cittadino che interviene e vuole contare è una contraddizione in termini.

Per questo ridurre la complessità del processo decisionale politico, con regole e procedure che dando stabilità e continuità agli esecutivi, neutralizzino la tendenza a creare fibrillazione del nuovo potere del complesso economico simbolico diventa a mio parere un’inderogabile necessità.

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