Perché si ritorna ad assumere

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Anche se la crescita del Pil rimane moderata, il mercato del lavoro continua a espandersi

Ieri è emersa la caratteristica forse più importante per comprendere la natura della ripresa italiana: anche se la crescita del PIL rimane moderata, il mercato del lavoro continua ad aumentare l’occupazione ad un tasso sorprendente. È un’occupazione diversa sia in quantità che in qualità rispetto al passato: si stabilizza ad un livello storicamente elevato il numero di lavoratori a tempo indeterminato e riparte l’occupazione rispetto ad un anno fa sia per chi ha meno dei 25 anni – i giovani cioè secondo la definizione internazionale – che per chi ha meno di 35 anni – i giovani secondo la definizione italiana.

Queste caratteristiche per nulla scontate ci devono confortare ma ci spingono in una direzione già intrapresa dalle politiche del Governo e che dobbiamo potenziare: sostenere gli investimenti. La ragione di questa rinnovata urgenza è semplice: se il ritorno delle persone al lavoro non è sostenuta dagli investimenti, ne risente la produttività che è il propulsore dei redditi dei lavoratori. Se vogliamo fare in modo che la ripresa dell’occupazione sia duratura, dobbiamo costruirla sulla dinamica contemporaneamente crescente degli investimenti.

Andiamo con ordine però: seguendo la prassi internazionale, ieri ISTAT ha diffuso la rilevazione mensile sulla forza lavoro italiana per il mese di giugno. Per quanto si tratti di dati mensili e non trimestrali, questa è la fonte più completa per comprendere la reale dinamica del lavoro in Italia. E’ un rapporto pieno di buone notizie: crescono gli occupati, le persone con un lavoro, sia rispetto ad un anno fa (+329 mila) che rispetto all’inizio del Governo Renzi (+599 mila in più rispetto a febbraio 2014). Ma le buone notizie sono particolarmente evidenti se allarghiamo lo sguardo per vedere come i dati di oggi si confrontino alla nostra storia recente. Per tornare ad un numero di occupati maggiore dell’attuale (22,781 milioni), bisogna ritornare alla pagina del calendario datata Maggio 2009. Era appena iniziato l’effetto della crisi finanziaria sul lavoro italiano. Per tornare ad un tasso di occupazione maggiore dell’attuale (57,3%) bisogna guardare all’agosto 2009.

P er tornare ad un tasso di disoccupazione giovanile (lavoratori sotto i 25 anni) inferiore all’attuale (36,5%) bisogna guardare al settembre 2012. Infine, questi dati indicano che è cambiata la qualità del lavoro: la recente ripresa del numero dei lavoratori autonomi rispetto all’anno scorso (+83 mila) è positiva ma non deve farci dimenticare che la più importante trasformazione del mercato del lavoro italiano è quella che riguarda il lavoro a tempo indeterminato.

Prima della crisi Il lavoro stabile si è attestato al più alto numero di posti di lavoro dall’ago sto 2009, a soli 200 mila posti di lavoro in meno rispetto al record storico registrato dal 2004 ad oggi: era l’ago sto 2008 e la crisi internazionale non aveva neanche sfiorato la nostra economia. Per dare un termine di paragone della forza di questo risultato, nel febbraio 2014, quando cominciava l’opera del governo guidato da Matteo Renzi, la differenza, in termini di posto di lavoro a tempo indeterminato, rispetto al livello massimo di agosto 2008 era di 587 mila persone. Oggi ritorna su di noi una doppia responsabilità: continuare questo processo di creazione del lavoro per superare il numero di occupati di Agosto 2008 e fare in modo che questa transizione sia anche l’occasione per la ripartenza della produttività. È la produttività la grande ritardataria dell’economia italiana. La capacità di riorganizzare il lavoro e il nostro modo di produrre dipende da quanti investimenti sapremo attivare per offrire ai lavoratori italiani il futuro che meritano.

Forte deficit di investimenti Nella crisi abbiamo accumulato un forte deficit di investimenti. Per noi oggi vale circa 4 punti del Prodotto interno lordo rispetto all’inizio della crisi. Anche la Germania ha un livello di investimenti inferiore al pre-crisi che vale circa 2 punti di Pil. Il nostro Paese ha però un vantaggio: gli investimenti in Italia, dopo 4 anni consecutivi di calo dal 2011 al 2014, sono tornati a crescere dal 2015 e lo sono anche oggi. Non dobbiamo quindi perdere questa occasione di ripresa ma per farlo dobbiamo rimuovere un pregiudizio e continuare a cambiare due politiche, anche a livello europeo. Il pregiudizio è che il deficit di investimenti europei sia solamente una carenza di investimenti pubblici. Dobbiamo convincere gli europei a tornare ad investire, non solo i governi. Per farlo il Governo italiano ha risposto con tutti i mezzi a disposizione: dal fisco (dal Super Ammortamento, all’Irap, all’Ires) alle Riforme che cambiano il funzionamento del paese. Lo ha fatto però dando anche una dimensione strategica alla discussione sul credito e le banche. Se il nostro problema è la carenza di investimenti privati, essi dipendono dalla ripartenza del credito. Ne l l ’Eurozona il credito è agli stessi livelli di 4 anni fa, in Italia è più basso di quasi il 10%. Negli Stati Uniti è più alto di quasi il 10%. La partita degli investimenti si gioca nel campo del mercato del credito, un mercato che eroghi prestiti all’economia reale. La discussione sul sistema bancario italiano ed europeo è in fondo tutta qui, una scommessa sul futuro del l avoro.

 

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