Perché sono a Hiroshima

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Le anime dei morti ci parlano, ci chiedono di guardarci dentro per fare il punto su chi siamo e chi potremmo diventare

Settantuno anni fa, in una splendida giornata soleggiata e senza nuvole, la morte è scesa dal cielo e ha cambiato il mondo: un flash di luce e un muro di fuoco hanno distrutto una città e hanno dimostrato che l’umanità aveva i mezzi per autodistruggersi. Perché veniamo qui in questo luogo, a Hiroshima? Veniamo qui per riflettere su una forza terribile scatenata in un passato non troppo lontano. Veniamo qui per pregare per i morti, più di centomila giapponesi, donne e bambini, migliaia di coreani e dozzine di americani prigionieri: le loro anime ci parlano, ci chiedono di guardarci dentro per fare il punto su chi siamo e chi potremmo diventare. Hiroshima è una questione a se stante rispetto alla guerra.

I manufatti ci dicono che il conflitto violento è comparso con i primi uomini. Dopo aver imparato a ricavare lame dalla pietra e lance dal legno, i nostri antenati hanno iniziato ad usare questi strumenti non soltanto per cacciare ma anche contro i propri simili. In ogni Continente, la storia della civiltà è caratterizzata dalla guerra, causata dalla mancanza di risorse alimentari o per la fame di ricchezze oppure ispirata dal fervore nazionalista o dallo zelo religioso. Imperi sono cresciuti fino a splendere, e poi sono crollati. Popoli sono stati soggiogati e poi liberati. E ad ogni snodo della storia, gente innocente ha sofferto, un conto infinito, e i loro nomi dimenticati nel tempo.

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