Perché Sinistra italiana ha fallito

Politica
Foto Roberto Monaldo / LaPresse07-11-2015 Roma (Italia)PoliticaPresentazione del nuovo gruppo parlamentare "Sinistra italiana"Nella foto Alfredo D'Attorre, Nicola Fratoianni e Stefano Fassina hanno organizzato un comizio in strada per i militanti rimasti fuori dal teatro QuirinoPhoto Roberto Monaldo / LaPresse07-11-2015 Rome (Italy)Presentation of the new parliamentary group "Sinistra italiana"In the photo  Alfredo D'Attorre, Nicola Fratoianni, Stefano Fassina

Sinistra Italiana è un operazione fredda nata nelle aule e imposta in modo centralistico, che divide la sinistra

A Cagliari, e nell’intera Sardegna, anche dove il centro sinistra è sconfitto ai ballottaggi, i dati elettorali delle ultime amministrative raccontano una realtà politica dove il populismo è largamente minoritario. Si vince al primo turno a Cagliari, unico esempio tra i capoluoghi di Regione, e la sinistra – SEL, non SI – è una forza politicamente egemone ed elettoralmente robusta, segna un 8% di media tra tutti i cittadini elettori chiamati ad esprimersi. Si pone in relazione positiva e collaborativa non solo con il PD ma anche e soprattutto con tante realtà politiche di ispirazione sardista, identitaria e sovranista.

Lavora dentro un processo unificante dell’impegno di tante volontà positive. SEL Sardegna mantiene integralmente la prospettiva di un cammino insieme agli altri, in rapporto con i cittadini, è diretta espressione del “territori”, intende contribuire a migliorare la realtà, le condizioni di vita delle persone. Prevale, insomma, l’og getto dell’azione politica non il soggetto p olitico. Sinistra Italiana è un’operazione che nasce e si sostanzia all’interno delle aule parlamentari, si impone in modo centralistico ed irrituale partendo dal presupposto, rivelatosi assolutamente infondato, dell’unità a sinistra.

Di fatto diventa una operazione fredda, non unisce ma aumenta la divisione tra progressisti e democratici, e al voto, inevitabilmente fallisce, mettendo a rischio serio di sopravvivenza la cultura politica di sinistra in questo Paese. Ai ballottaggi esprime una posizione confusa e contraddittoria, in parte suggerisce il voto per i 5 Stelle, in parte la scheda bianca o l’astensionismo, in parte si sollevano singole e positive voci di sostegno ai candidati democratici, nel rigetto del “tanto peggio tanto meglio” come immatura e stizzosa risposta alla sconfitta delle proprie proposte elettorali.

Sullo sfondo di questo caos rimangono il bisogno, il disagio, la difficoltà delle nostre comunità locali, i problemi di vita quotidiana delle nostre popolazioni. Quello che dovrebbe essere al centro delle iniziative e del lavoro di una formazione politica avanzata. Non si incide nella rassegnazione di molti, anche per incapacità della attuale proposta di costituzione di un nuovo soggetto della sinistra italiana, e assurge a protagonista delle vicende politiche nazionali il ribellismo qualunquista. Aumentano i pericoli della destrutturazione dell’economia e quelli della disgregazione sociale, soprattutto nelle aree deboli del Paese.

Ecco perché sarebbe necessario, oggi, una rigorosa “auto critica”, quella alla quale la sinistra storica si sottoponeva davanti a una sconfitta, anche meno pesante di quella che l’ha colpita oggi in Italia, e di cui vi sono segnali importanti in tutta Europa. Riapriamo la partita. La storia di SEL rappresentava un impegnativo e ambizioso tentativo di costruzione di unità di persone, culture, esperienze e idee diverse, ovvero: la positiva combinazione dei valori del “lavoro”, come autentica partecipazione di tutti allo sviluppo civile della propria comunità, come affermazione libera della personalità umana e attivo contrasto alla marginalizzazione sociale, con la cultura ecologista, vera pratica di difesa del “pianeta” dalla violenta aggressione consumistica agli elementi naturali ed essenziali della vita – aria, acqua, terra – con la libertà, piena possibilità di espressione e relazione, individuale e collettiva, fondata sul profondo e assoluto rispetto di ogni identità. Per progredire, nella società, in politica e nelle istituzioni, è necessario ripartire dalla nostra storia, troppo giovane per essere soppressa.

Spetta a noi disegnare una più ampia prospettiva, una positiva integrazione di nuovi e altri punti di vista, rafforzando le fondamenta culturali su cui abbiamo edificato la nostra comune esperienza politica. Dobbiamo farlo qualificando e reinventando anche le forme organizzative fino ad oggi utilizzate, per favorire la partecipazione e sviluppare la creatività, migliorare i protocolli di relazione, sollecitare l’adesione attiva di persone e comunità. Dobbiamo liberare e valorizzare le potenzialità dei territori, delle periferie, partendo dalle esperienze dirette della responsabilità politica e di governo fatta nei luoghi della vita quotidiana. Per questo la sinistra, componente dell’area democratica e progressista, deve sconfiggere le tendenze neocentralistiche, le presunzioni avanguardistiche, la pretesa di affermarsi attraverso gli strumenti della comunicazione piuttosto che con quelli della “lot – ta non violenta” e della “responsabilità di governo”.

Dobbiamo rendere, così, protagonisti le donne e gli uomini, i giovani, i lavoratori. Coloro che sono stati colpiti profondamente dalla crisi economica, sociale e culturale. Coloro che sono aggrediti dai processi di impoverimento in atto. Coloro che sono progressivamente privati di voce. Coloro che sono stati marginalizzati nella sola funzione di ascolto passivo. Il nostro dovere Abbiamo di fronte, da contrastare con impegno democratico, la intollerabile ingordigia dei vecchi e nuovi potentati economici e delle burocrazie tecnocratiche, pubbliche e private, che colpisce così profondamente la vita, che costringe l’insieme della società umana alla sofferenza, che impone politiche contro lo sviluppo eco-sostenibile, che utilizza forme oppressive nel controllo delle volontà, che mira ad asservire i moderni sistemi di comunicazione.

Per questo fine è nostra precisa volontà accettare la sfida del confronto con tutte le forze politiche democratiche, con l’insieme dell’associazionismo sociale e culturale, del lavoro e dell’impresa sana, con i tanti che arrivano nel nostro paese in fuga dalla fame, dalla sofferenza e dalla guerra e che cercano speranza. Dal fallimento di SI, SEL riprenda a vivere con una nuova guida. Il dibattito che si è sviluppato al nostro interno, a livello nazionale, ha vissuto più sul terreno della comunicazione/notifica, che su quello del confronto. Ha marcato la differenza tra il ruolo dirigente e quello del militante/elettore, determinando una frattura.

La proposta di “superamento della nostra forza politica” si è mossa da una mutata condizione di rapporto con le altre formazioni del centro –sinistra, piuttosto che dalla necessità di un rafforzamento della nostra articolata rappresentanza di idee ed esperienze. L’ipotesi di costruzione di un nuovo soggetto in una evoluzione positiva di tutte le potenzialità già espresse in SEL, non ha ricevuto alcun pregiudiziale rifiuto. Neppure però un assenso passivo di accettazione, perché una forza politica democratica, progressista ed ecologista per essere tale si fonda sulla consapevole partecipazione delle popolazioni, sul contributo fattivo delle comunità territoriali, rifugge da tentazioni politiche autoritarie, che, sempre condanna.

Valorizza, riconoscendole e difendendole come ricchezza tutte le diversità. SI ha purtroppo fallito in questa funzione. Così ha fallito anche il gruppo dirigente che l’ha proposta e sostenuta. Oggi quel fallimento pesa, purtroppo molto, nella prospettiva di vita delle persone più deboli ed esposte agli effetti devastanti della ingiustizia sociale. Siamo di fronte ad una strategia sbagliata. Siamo davanti alla responsabilità chiara di un gruppo dirigente che ha forzato un percorso che si è rivelato, e continua a rivelarsi, disastroso negli esiti soprattutto in relazione alla necessità di promuovere adeguate politiche di contrasto all’impoverimento economico e produttivo del Paese, al crescente disagio, anche morale, della nostra gente.

SEL rinasce Pensiamo che – di fronte ad un fallimento – abbiamo bisogno di vedere un deciso passo indietro. Non ci attendiamo perciò che si faccia finta di nulla. Ci attendiamo una chiara assunzione di responsabilità. L’archiviazione definitiva della riduttiva idea di sinistra rappresentata dal processo costitutivo di SI. SEL ha oggi molto più senso. Ha un impianto di valori chiari, ha frontiere aperte, respinge la chiusura e rifiuta un destino di testimonianza politica minoritaria, vuole il cambiamento attraverso l’esercizio della funzione di governo, è capace di promuovere la partecipazione attiva. Noi lo facciamo ogni giorno. Così agiamo nell’isola di Gramsci, Lussu e Berlinguer, così è possibile nell’intero Paese. Per questo serve una rinnovata guida politica, che prenda le mosse dalle realtà territoriali che hanno saputo esprimere una visione vincente.

Pubblichiamo il documento sottoscritto da trecento militanti di Sel, che ha come primi firmatari Massimo Zedda, Luciano Uras, Sandro Serreli

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