Perché non vogliamo essere più femministe

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Le ragioni della battaglia per i diritti della donna non sono certo finite e il sessismo non ha scuse. Ma noi donne ci sentiamo spesso in balía di un femminismo asfittico, schiacciato spesso in un vittimismo cupo, moraleggiante e, quel che è peggio, che fa figlie e figliastre, alla faccia della sorellanza

Sgombriamo subito il campo da polemiche inutili. Le ragioni della battaglia per i diritti della donna non sono certo finite. Da nessuna parte del mondo. Non c’è donna che non abbia subito e continui a subire sulla propria pelle l’esperienza del sessismo, della disparità, se le va bene. Se le va male è discriminazione, prevaricazione, violenza. Questioni che purtroppo non smettono di riempire paginate di giornale e aperture di TG. Ma se il sessismo e la violenza sulle donne non perdono purtroppo attualità, quello che invecchia è forse un certo modo di reagire alle disparità di genere, in tutte le sue odiose declinazioni.

Chiariamo anche un altro punto, il sessismo non ha scuse, anche quando si annida dietro una battuta. Se chiami un sindaco “bambolina”, come ha fatto Vincenzo De Luca alla direzione PD non hai ragione. Come la metti la metti, hai detto una cosa che non va. È il solito copione del politico maschio di lungo corso che sfotte la politica giovane e inesperta, sminuendone il ruolo.

Ciò detto però c’è un punto. Che ronza in testa ogni volta che parte inarrestabile l’ondata di indignazione verso lo scarso rispetto che è troppo spesso riservato alle donne che fanno politica, o ricoprono ruoli di responsabilità. Nella maggior parte dei casi si tratta di critiche dietro cui si nasconde il dileggio dell’aspetto estetico, della mancanza di autonomia di pensiero e di autorevolezza. La reazione, motivata, allo scivolone di De Luca è stata immediata, è avvenuta in tempo reale, si direbbe. Altre volte avviene meno, altre ancora non se ne vede traccia, anche in casi più eclatanti di quello della “bambolina”. Diciamocela tutta: c’è una specie di strabismo che anima il tuttora vivacissimo mondo delle rivendicazioni di genere, in Italia soprattutto ma anche altrove, e che procede per reazioni intermittenti, non sempre dotate di una coerenza impeccabile.

Solo pochi anni fa Mara Carfagna era un ministro della Repubblica, neppure dei peggiori che si ricordino,  a onor del vero.  Non si parlava altro che del suo passato fugace di valletta in TV,  le battute delegittimanti sull’aspetto fisico erano una mitragliatrice continua, fu oggetto di una campagna di attacco che ci voleva una vera faccia di bronzo a chiamare satira e non insulto. Non ricordo bordate di indignazione. Il mondo femminista storico italiano muto come un pesce sulla questione, per anni.

Più o meno lo stesso con il ministro Maria Elena Boschi, oggetto di vignette raggelanti per mancanza di humour e abbondanza di volgarità sessiste, apostrofata dall’ANPI nazionale come “dama bellina che vuol distruggere la Costituzione” (una definizione molto simile a “bambolina”,  non ricordo levate di scudi di autorevoli rappresentanti del suo partito), definita “ragazzina” da Lidia Menapace, autorevolissima decana dell’emancipazione femminile cui perdoniamo tutto in virtù dell’età veneranda e, soprattutto, della storia staordinaria che la contraddistingue.

Solo un paio di giorni fa uno dei commentatori più autorevoli e influenti del panorama giornalistico italiano, Marco Travaglio, consigliava, sempre alla Boschi, di occuparsi di “costumi da bagno e cellulite”, dichiarazione rilasciata nel silenzio delle associazioni femministe, storiche e non storiche, per tacere di quei dirigenti del suo partito che non avevano esitato a censurare in tempo reale la boutade di De Luca nei confronti di Virginia Raggi. Ma tant’è, anche lì un film già abbondantemente replicato. Perlomeno, il PD si questa vicenda ha preso posizione attraverso la protesta pubblica delle sue deputate.

Ma non ci sono solo le questioni del rispetto e della legittimazione delle donne in politica a indicare il femminismo strabico delle nostre parti (o la difesa dei diritti delle donne da parte di improvvisati cavalieri a singhiozzo). Ricorderete la sequenza drammatica delle aggressioni subite da donne a Capodanno a Colonia e in altre città tedesche, dove gruppi di immigrati approfittarono dei festeggiamenti per infliggere una teoria variegata e sconcertante di violenze su malcapitate che giravano sole per la città. Fu un fatto di proporzioni notevoli. Ma – almeno qui – reazioni femministe indignate poche, e tardive.

In molti, se ne lamentarono. Lucia Annunziata se la prese con le “madamine” del Parlamento, Flavia Perina parlò di donne di sinistra davvero troppo silenziose, “colpa di un’emancipazione troppo recente e tardiva”, disse. Dipenderà dal diverso orientamento politico, ma certo coglie il punto contraddittorio di una reazione per cui gli aggressori vanno condannati senza remore solo se rispondono al criterio di maschio bianco dell’occidente benestante.

Quello che non funziona, c’è poco da girarci intorno, è l’invecchiamento e la difficoltà di un apparato concettuale  – quello che fa riferimento alla definizione di femminismo storico – che nella discussione pubblica spesso fatica a mantenere una coerenza critica sui fatti del nostro tempo. Colpa di uno schematismo ideologico per lo più in bilico tra radicalismo militante e battaglia di testimonianza in cui situazioni complesse soffocano in un reticolo di veti incrociati, di gabbie interpretative che si adattano male alla realtà contemporanea o la stravolgono, riducendola a una tela piena di buchi.

Si pensi, ancora, all’incomprensibile battaglia che l’UDI, la storica associazione per la difesa dei diritti femminili, sta in questi giorni conducendo contro la campagna “Questo non è amore” della Polizia di Stato per la prevenzione della violenza sulle donne. La campagna sarebbe colpevole, nel suo titolo, di insinuare l’idea che le donne non siano in grado di capire i comportamenti del partner: “un sottile insulto contenuto nella locuzione usata per promuovere la campagna governativa”.

Un insulto? Ma scherziamo? Cosa se ne fa una donna come me e come tante altre, che ogni giorno affronta una battaglia per dimostrare di avere la stessa autorevolezza di un uomo, per conciliare lavoro, famiglia, impegno politico, di una roba così? O una donna che fatica a essere rispettata dal proprio compagno, o una che non riesce a lavorare perché su di lei ricade la cura della famiglia e della gestione domestica? Niente, ecco cosa me ne faccio io o loro, niente. E, francamente, non mi sento rappresentata da chi tollera insulti veri per cercare di trovarne dove non esistono.

Non è un problema solo italiano, ci dice molto il fatto che Meryl Streep – storica paladina della rivendicazione dei diritti femminili  – a margine di un’intervista concessa per il suo ultimo film, “Sufragette” –  alla domanda “Lei si difinirebbe femminista?” abbia replicato con un “sono un’umanista”. Ne è venuto fuori un vespaio, vista la popolarità della commentatrice, ma niente che non fossa già molto discusso riguardo a cosa significhi impegnarsi per l’emancipazione femminile oggi.

Il fatto è che noi donne ci sentiamo spesso in balía di un femminismo asfittico, schiacciato spesso in  un vittimismo cupo, moraleggiante e, quel che è peggio, che fa figlie e figliastre, alla faccia della sorellanza. Una volta tanto bisognerebbe avere il coraggio di comprendere che certe etichette sono banalmente diventate insufficienti e persino talvolta controproducenti per una vera rivendicazione dei diritti di genere. Che ormai si uniscono, sempre di più, a quelli dei diritti civili di altri orientamenti sessuali, che sono un campo della riflessione culturale e sociale che va oltre il recinto del femminismo storico e guarda altrove, senza steccati, senza preclusioni che non siano quelli di un progressimo universale.

Niente delle battaglie femministe viene rinnegato, ma il modello è invecchiato insieme alle sue protagoniste storiche, e alle loro eredi più dirette.  Non un problema di anagrafe quanto, come si diceva, di approccio, di responsabilità, di schiettezza. La legittimazione e la difesa dell’autorità femminile in politica vale per tutte, sia per Virginia Raggi che per Mara Carfagna, che per qualunque altra donna che subisca su di sé lo stigma del pregiudizio e della derisione.

Non siamo né bamboline né indignate a comando. C’è un tempo per ogni cosa, anche quello per dire che non siamo più femministe, perché ci interessano i diritti delle donne sì, ma di tutte.

 

 

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