Perché non vincano i muri

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epa05028548 US President Barack Obama (R) and Britain's Prime Minister David Cameron chat after a working session at the G20 Summit in Antalya, Turkey, 16 November 2016. In addition to discussions on the global economy, the G20 grouping of leading nations is set to focus on Syria during its summit this weekend, including the refugee crisis and the threat of terrorism.  EPA/ANADOLU AGENCY/POOL

Ci sono due elezioni che segneranno il futuro del mondo occidentale. La prima, In ordine di tempo, è quella che si svolgerà in Gran Bretagna nel prossimo mese di giugno

Ci sono due elezioni che segneranno il futuro del mondo occidentale. La prima, In ordine di tempo, è quella che si svolgerà in Gran Bretagna nel prossimo mese di giugno. Avrà per oggetto, in definitiva, la permanenza di quel paese nell’Europa. Avrà, come conseguenza, quella di rafforzare o di indebolire per sempre la prospettiva di un continente forte, unito, autorevole nelle sue politiche. Se vincerà la posizione euroscettica le conseguenze sulla già debole economia continentale potranno essere drammatiche. Non siamo fuori dalla crisi, in Europa. Se Cameron, pure indebolito dalla vicenda Panama papers, dovesse perdere, il rischio di un nuovo precipitare della crisi si potrebbe fare molto reale. Questo spiega l’allarme di un uomo saggio e decisivo per la prospettiva europea come Mario Draghi.

La seconda elezione si terrà il primo martedì di novembre negli Stati Uniti. Lì si deciderà se continuerà un’ esperienza di presidenza democratica oppure se se gli americani decideranno di cambiare radicalmente governo e politica. Radicalmente, tanto quanto non è mai accaduto nella storia di quel paese. Il passaggio dalla presidenza Clinton a quella di Bush fu molto meno traumatica di quanto potrebbe essere la transizione dalla politica di Barack Obama a quella di Donald Trump o di Ted Cruz.

Martedì si voterà nello stato di New York per le primarie democratiche e repubblicane. Sanders è reduce da una serie impressionante di vittorie e sembra aver prevalso nel recente confronto televisivo con Hillary Clinton che pure resta la favorita nello stato della grande mela. Davvero il voto dei newyorchesi democratici potrebbe segnare l’esito definitivo delle primarie , in un senso o nell’altro.

In campo repubblicano lo scontro è, diciamocelo, tra due candidati le cui piattaforme si assomigliano sempre di più e sempre più in modo drammaticamente radicale. L’esito della convenzione repubblicana è del tutto imprevedibile, al momento. Certo la vittoria di Trump e il suo confronto con un candidato democratico indebolito dalle divisioni interne può mettere il mondo di fronte al rischio che le follie programmatiche e valoriali proposte dal magnate americano divengano la politica della più grande potenza mondiale. E, con Cruz, le cose non sarebbero molto diverse. L’America si sposterebbe a destra, quella populista e non quella conservatrice e moderata, come mai nella sua storia.

Riflettiamo bene su quello che sta succedendo negli Usa. Non solo nella politica, nella coscienza degli elettori. Cosa spinge milioni di cittadini a ritenere credibili le proposte più strampalate, i toni più violenti . Noi ci siamo passati, in Italia. Tutti nel mondo pensavano che fosse impossibile che vincesse le elezioni Berlusconi, con le sue proposte tanto demagogiche da non essere mai state realizzate in tredici anni di governo. E invece ha vinto, anche perché ha saputo interpretare umori profondi e fragilità dell’elettorato in un momento di transizione . E , si badi bene, Berlusconi è un moderato a petto di Trump o Cruz.

Gli Stati Uniti hanno avuto un grande presidente. La storia, ormai, si incarica di rendere giustizia solo dopo la morte o dopo un tempo infinito. Barack Obama, voglio dirlo oggi, è stato e rimane un grande presidente. Ha cominciato a lavorare mentre venivano portati via gli scatoloni delle potenze finanziarie tracollate, ha conosciuto una turbolenza internazionale non governabile attraverso un accordo tra potenze. Oggi gli Usa sono in una grande ripresa economica, cresce il lavoro e, lo dicono i dati recenti, si riduce il ricorso al sussidio di disoccupazione. E’ stata approvata la riforma sanitaria da sempre rinviata. Si è scelta una politica internazionale fatta non di muscoli sganciati dal progetto politico, come nell’era Bush, ma del costante ricorso all’intelligenza della politica. Pensiamo sia stato facile per il Presidente degli stati Uniti favorire un accordo con l’Iran, decisivo per la pace mondiale, e mettere piede a l’Havana stringendo la mano al Presidente cubano? Il tempo ci dirà se la strategia di attacco militare nei confronti dell’Isis darà i suoi risultati. Certo è che Obama ha lavorato per evitare che attorno al califfato si stringessero solidarietà di governi e paesi dell’area. Ci sono stati limiti, indecisioni? Potrebbero non esserci quando il mondo ha perso il suo vecchio ordine e non riesce a trovarne un altro? Quando leggo, nel nostro paese ,commenti aspramente critici verso Obama penso che se noi europei, che siamo a un passo dal focolaio della crisi, avessimo fatto un millesimo del nostro dovere politico e strategico la situazione sarebbe diversa. Abbiamo cominciato noi in Europa con i muri, e non smettiamo. Trump ha seguito, non preceduto. Contro quei muri e la loro disumanità si è levata come mai nella storia la voce del Papa che ha chiamato le coscienze di tutto il mondo a praticare la virtù dell’integrazione, non la pratica della discriminazione.

A Washington c’è, fino alla fine dell’anno, il saggio Obama. E questo è, per la pace del mondo, una garanzia.

Poi, può accadere davvero qualcosa di inedito e terribile. Ci sono momenti della storia in cui le opinioni pubbliche si innamorano della propria rabbia e diventano prede di un demone che le alberga: la supina accettazione della demagogia e dell’odio verso l’altro.

Stati Uniti e Inghilterra sono due paesi in cui non sono mai esistite dittature. Due grandi democrazie che non hanno esitato a far morire i loro figli per dare la libertà a chi aveva applaudito demagoghi e portatori di odio e di intolleranza. Oggi dobbiamo tornare a guardare a quei paesi. Perché , in questo tempo smemorato, non perdano il senso della loro storia e della loro grandezza.

 


Mentre scrivevo questo articolo mi è arrivata la notizia della morte di Stefano di Michele, uno dei più brillanti giornalisti italiani. Ha lavorato con me, quando dirigevo questo giornale, e io lo stimavo molto e molto lo utilizzavo. Scriveva benissimo, amava le parole e cercava il senso delle cose. Poi seppi che era andato a lavorare al Foglio di Giuliano Ferrara. Per alcuni fu un tradimento. Io invece lo incoraggiai e pensai che facesse bene ad andare in un luogo in cui nessuno lo avrebbe censurato per le sue idee o i suoi valori e che gli avrebbe consentito di mantenere il suo sguardo curioso, intenso e libero sulla realtà. Leggevo i suoi articoli e trovavo sempre il segno della sua magnifica intelligenza, rosa da coltivare e mostrare sempre. L’ho chiamato in ospedale per cercare di confortarlo, sapendo della sua battaglia. Lo saluto qui, sulle colonne di un giornale che non aveva smesso di amare. E che deve essere onorato di aver avuto nelle sue fila un giornalista onesto, intelligente, curioso e libero come lui.

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