Perché non vinca il caos

Diritti
EPA/FILIP SINGER

Democrazia non è una parola inerte ma l’unica forma di governo che consente la libertà

Il grande storico de Les Annales Lucien Febvre così descrisse il sentimento dell’Europa del Cinquecento, tempo di grandi cambiamenti e di trasformazioni radicali: “Peur toujours, peur partout”, paura sempre, paura ovunque.

La paura è il più pericoloso dei virus per un corpo sociale e tende ad attaccare, nelle società moderne, il centro del sistema nervoso: il sistema di decisione. Non solo in questa rubrica, ma nel tempo in cui avevo responsabilità politiche primarie, ho cercato, e non smetterò di farlo, di richiamare l’attenzione sul possibile corto circuito che rischia di corrodere, fino all’esplosione, gli equilibri tra libertà e sicurezza, tra decisione e controllo cioè i grandi risultati del secolo delle guerre mondiali, dei lager e dei gulag, della fine del colonialismo e della gran parte delle dittature nel mondo. Il nuovo millennio è nato avendo il più alto numero di cittadini liberi da sistemi autoritari e da schiavismo della storia dell’umanità. Poi il crollo delle torri e la crisi finanziaria mondiale ci hanno fatto rapidamente comprendere che nuove paure ci attendevano e che la storia non era arrivata al suo rassicurante happy end.

La politica dovrebbe essere in primo luogo la costruzione comune di una consapevolezza analitica, figlia del sommarsi, incrociandosi e mutandosi, dei punti di vista di persone dotate di senso critico, di dubbio, di ansia di capire. Non è un tempo lento, quello dedicato a comprendere il senso delle cose che accadono. Non sono “chiacchiere”, è l’anima di ogni avventura intellettuale e umana comune: la condivisione. La politica è un prisma, non una piramide. Si sta smarrendo, ovunque, il gusto dell’ascolto reciproco, dello studio delle cose, della riflessione non finalizzata all’affermazione di una idea o di una linea predeterminata. Ovunque, anche nei giornali o in televisione. Capire il caos, sfuggire al quotidiano per recuperare una visione d’insieme che dia luce e senso a gesti e decisioni. Lo si fa insieme, sempre.

Don Milani diceva che la politica è “sortirne insieme. Sortirne da soli è l’avarizia”.

La politica è la più bella delle esperienze comuni che, nella sfera pubblica, si possa vivere collettivamente. Ma deve esserci passione, dibattito delle idee, coinvolgimento emotivo e razionale. Si fa politica, chi la fa davvero, per dare voce a un disagio, al senso di un’ingiustizia, per cambiare il mondo. E il mondo può essere anche far nascere un asilo nido o un parco in un comune, anche far riaprire una piccola fabbrica chiusa, difendere un oppresso, anche uno solo. Ma insieme.

Allora occorre che ci si fermi un attimo per alzare lo sguardo oltre il polverone del quotidiano, di questa vita scandita a minuti, frettolosa e leggera. Bisogna guardare cosa sta succedendo intorno a noi, almeno vicino a noi. Concentrando lo sguardo sui due grandi malati di questa stagione del duemila: l’Europa e la democrazia. Senza guardare, per un attimo, al conflitto tra sciiti e sunniti, all’esperimento nucleare coreano, alla crisi finanziaria cinese.

Giriamo per un momento il periscopio, come se guardassimo il continente da un non luogo, in mezzo a un mare del continente. In Ungheria sono stati costruiti muri contro gli immigrati, in Slovacchia si annuncia che verranno chiuse le frontiere ai musulmani, in molti civilissimi paesi del Nord Schengen è un ricordo del passato. In Polonia una legge conferisce al governo il controllo totale della Corte Costituzionale e dei mezzi pubblici di informazione. In Francia, vessata da un attacco terroristico terribile, si fa strada l’idea di assumere nel codice penale definitivo le norme pensate per l’emergenza. Intanto in Spagna, per la prima volta, le elezioni non hanno consentito la formazione di un governo e in Gran Bretagna il premier Cameron annuncia che lascerà libertà ai ministri del suo gabinetto nella campagna per il no al referendum sull’Europa. In Germania la Merkel è sotto accusa per la sua politica sull’immigrazione dopo la terribile notte di Colonia. E su tutto si agita lo spettro del nuovo terrorismo, quello che vuole cambiare il nostro modo di vivere e ci vuole spingere ad una guerra di religione.

Per cosa è nata, tra mille fatiche, la più grande e forte idea politica della seconda parte del Novecento? “Per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l’autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli”.

Così diceva quel meraviglioso testo, intriso di utopia e realismo (cioè di politica) che è stato il Manifesto di Ventotene.

Senza quella idea di Europa, l’Europa si può liquefare. È solo la grande tensione progettuale agli Stati Uniti d’Europa che, in una fase come questa, può evitare lo scollamento prodotto dalle pulsioni nazionalistiche.

Ma a questo processo che sta facendo franare l’Europa si aggiunge un problema assai serio che riguarda le democrazie e il grado di consenso del quale esse godono. Le democrazie fanno fatica a decidere, quale che sia la forma istituzionale che le caratterizza. Si può prendere ad esempio la vicenda del contrasto, in un sistema presidenziale, tra Obama e il Congresso attorno a due questioni sulle quali il presidente americano ha segnato una storica discontinuità: il Medicare (il programma nazionale pubblico di assistenza sanitaria) e la limitazione della vendita delle armi.

Io sento, da tempo, che una società emotiva, segnata dalla precarietà che genera disagio e paura, diffidente del contatto con l’altro, portatore di bene e male, atterrita dalle forme diffuse di attacco terroristico possa ad un certo punto reclamare una soluzione autoritaria. Possa in definitiva preferire la decisione alla funzione di controllo della democrazia, la sicurezza alla libertà.

Per questo la democrazia deve non chiudersi nel fortino, non rimpiangere i tempi che furono ma progettare se stessa in un tempo frammentato e veloce, in una società parcellizzata. La democrazia del duemila, che deve trovare un nuovo equilibrio, anche sperimentando forme inedite, tra decisione rapida e controllo cogente, tra partecipazione diffusa dei cittadini e loro responsabilizzazione.

Democrazia, non una parola inerte. Ma la unica forma di governo che consente la libertà. Non si è mai al riparo dal rischio che, specie in tempi emotivi, appaia più facile e rassicurante il potere assoluto e rapido di quello complesso. È ancora il Manifesto di Spinelli, Colorni, Rossi a venirci in soccorso ricordando, loro che l’avevano vissuto, come una democrazia, imbelle, può generare un bisogno autoritario: “Nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia, i democratici si sentono smarrirti non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare; perdono le occasioni favorevoli al consolidamento del nuovo regime, cercando di far funzionare subito organi che presuppongono una lunga preparazione e sono adatti ai periodi di relativa tranquillità; danno ai loro avversari armi di cui quelli poi si valgono per rovesciarli; rappresentano insomma, nelle loro mille tendenze, non già la volontà di rinnovamento, ma le confuse volontà regnanti in tutte le menti, che, paralizzandosi a vicenda, preparano il terreno propizio allo sviluppo della reazione”.

Liberarsi dal virus della demagogia sarà più facile se si tornerà a far vivere la politica come l’intreccio di motivazione civile, rinnovamento, onestà, specialismo che essa ha avuto nei suoi momenti migliori. E di cui la democrazia ha bisogno. La politica di cui parla Max Weber: “Passione, senso di responsabilità, lungimiranza”. La politica, vera. Senza la quale vince il caos.

 

Foto Ansa

Vedi anche

Altri articoli