Perché l’inflazione non sale (considerazioni su Draghi)

Economia
epa05021453 Italian, Mario Draghi, President of the European Central Bank (ECB)  during a hearing by the European Parliament committee on Monetary affairs in Brussels, Belgium, 12 November 2015.  EPA/OLIVIER HOSLET

Bisognerebbe valutare meglio l’impatto della sharing economy: è lo “sboom”, bellezza

E’ lo Sboom bellezza e tu non ci puoi fare niente. L’inflazione ha un nemico che nemmeno i tedeschi più testardi riusciranno a sconfiggere: si chiama sharing economy.

La digitalizzazione di molti processi industriali e commerciali, sublimata in opere quali La società a costo marginale zero di Jeremy Rifkin, sta trasformando, anzi ha trasformato, la nostra società.

 

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Ora lo scopre anche una persona autorevole come Mario Draghi, che arriva a dare la colpa anche all’e-commerce se i prezzi non salgono come dovrebbero. Ma a mio modo di vedere, non si tratta solo di bypassare gli esercizi tradizionali con un semplice click, mettendo in un angolo intere filiere economiche.

La questione è molto più complessa e alcune cifre sull’ubercapitalismo – il nuovo capitalismo, fondato sulla dematerializzazione di tutti i processi produttivi a vantaggio del capitale e spesso a danno del lavoro – lo dimostrano in modo lampante.

Airbnb vale 26 miliardi di dollari, ha raccolto fondi per 2,3 e occupa circa 500 dipendenti. Snapchat è quotata dagli analisti 26 miliardi, ne ha raccolti 1,2 e dà lavoro fisso a 400 individui. Uber, varrebbe tra i 40 e i 50 miliardi, ha trovato risorse per 6 miliardi e ha circa 500 salariati diretti (esclusi, per ora, gli autisti). Sono in tutto 74 le start-up dei settori tecnologici che fanno parte di quei particolari ”unicorni” di successo, ovvero le aziende che quotano più di un miliardo nascendo spesso nella magica Silicon Valley.

Aggiungendo ai tre big suddetti gli altri sette magnifici ”unicorni”, PalantirSpacex, Pinterest, Dropbox, Wework, Theranos e Square, si arriva a oltre 80 miliardi di dollari di valutazione e non più di 10.000 addetti. Significa, in buona sostanza, che servono sempre meno dipendenti per creare più ricchezza.

Noi tutti ci avvantaggiamo di queste facilità di condividere una casa, un’automobile, un servizio alla persona, ma non si può negare che se questi giganti del web creano poco lavoro ci sarà un impatto sul reddito disponibile e dunque, in ultima analisi, anche sull’andamento dei prezzi che vengono spinti dai consumi. E visto che la quarta rivoluzione industriale – quella di Internet – permette a tutti, in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento (Europa compresa), di comprare, scambiare e condividere beni e servizi di ogni genere , non si può addebitare a forze ‘’oscure’’, come ha fatto Draghi per difendere la sua politica espansiva a casa del nemico Bundebank, la mancata crescita dell’inflazione nell’area euro, che sarà pari allo 0,5% quest’anno, ma si deve cercare di capire che determinati consuetudini consumeristiche (uscita di casa, acquisto di un bene, trasporto e spedizione dello stesso con i costi connessi di carburante e di personale), sono solo una faccia della medaglia che questo millennio globalizzato ci sta regalando. E che nessun economista o saggio della banca centraletedesca ha ancora capito, chino com’è sui numeri dell’economia pesante del tempo che fu.

Il modello che gli Stati Uniti stanno imponendo a tutti (nel 2020 il 40% dei lavori negli Usa saranno autonomi, mentre tra le sette aziende più capitalizzate al mondo quattro si chiamano Google-Alphabet, Apple, Microsoft e Facebook) è quello della flessibilità del lavoro e della massima remunerazione del capitale. Tra i due fattori della produzione resta sempre il primo la catena di trasmissione dei prezzi, il secondo trascina semmai i rendimenti ma non produce inflazione né “cospira” per tenerla bassa.

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