Perché l’euro serve al nostro Paese

Europa
Euro, BCE ed Europa

Il cammino dell’Unione Monetaria è stato ben più difficile e accidentato di quanto si sperava, ma il processo d’integrazione è comunque il frutto di una grande intuizione

Questo inizio d’anno può regalarci cattive notizie sul fronte economico: un aumento dei tassi d’interesse, un rallentamento della crescita del PIL e, forse, una replica della crisi del debito che abbiamo vissuto nel 2011, con grave danno per la nostra finanza pubblica, per l’occupazione e il benessere dei cittadini. L’economia reagisce all’incertezza politica alimentata dall’avanzata dei partiti populisti europei e dalla vittoria a sorpresa di Trump, un presidente che lavorerà a favore dei nazionalismi e contro l’integrazione politica e commerciale tra i paesi del mondo.

Chi crede alla necessità di portare avanti l’unione politica e monetaria e sviluppare istituzioni comuni forti dovrà ora trovare argomenti migliori per convincere un’opinione pubblica sempre più scettica e bombardata da messaggi allarmisti e fantasiosi. Questo quadro spiega i due principali eventi di questi giorni: il discorso di Draghi al parlamento europeo e la proposta della Merkel di procedere verso un’Europa a due velocità.

Il primo ha dovuto riaffermare, contro qualche irresponsabile che soffia sul fuoco della speculazione, che l’Unione Monetaria è una scelta irreversibile, mentre la Merkel risponde ai populisti con u n’accelerazione del progetto d’integrazione politica. La sopravvivenza dell’euro non ammette incertezze da parte della nostra classe dirigente. O essa si assume la responsabilità di lavorare per completare il disegno istituzionale europeo, o si accoda a una leadership anti-europea, xenofoba e nazionalista.

Si è detto, con qualche ragione, che il disegno europeista da cui è nato l’accordo di Maastricht e l’Unione Monetaria fosse viziato da un eccesso di dirigismo, e dall’illusione che gli interessi nazionali si sarebbero adeguati ai valori dell’internazionalismo europeo. In quegli anni molti pensarono che il “vincolo esterno” e la moneta unica sarebbero stati sufficienti a dare all’Italia governi più responsabili e politiche lungimiranti.

Il cammino dell’Unione Monetaria è stato ben più difficile e accidentato di quanto si sperava, ma il processo d’integrazione è comunque il frutto di una grande intuizione: consentire all’Europa di porsi all’altezza delle sfide economiche e politiche mondiali, diffondere un modello sociale virtuoso, fatto di solidarismo, concorrenza e regolazione. Un ruolo di questa grandezza per l’Europa è particolarmente urgente oggi, di fronte alla frammentazione del potere a livello mondiale.

 

Tutti i difetti della costruzione europea non bastano per dare ragione a chi oggi contrasta questo processo. La destra xenofoba vorrebbe uscire dall’Euro per chiudere le frontiere e tornare all’omogeneità etnica. Per la Francia potrebbe essere la conseguenza della nostalgia del ruolo egemonico che ha avuto nel passato. Per l’Italia, che trae dall’apertura commerciale la propria forza, sarebbe un tragico errore. Grillo e la sinistra radicale usano argomenti economici semplicisti per sedurre un elettorato fiaccato dalla recessione del 2007.

Vorrebbero farci credere che i problemi italiani (la bassa produttività, il nanismo industriale, l’inefficienza del settore pubblico) sarebbero risolti con la flessibilità del cambio. Si tratta di un’illusione. Dal 1980 al 1998, la lira perse circa il 55% del suo valore nei confronti del marco, ma questa svalutazione fu interamente riassorbita dall’inflazione e dalla crescita lenta della produttività, cosicché il tasso di cambio reale (cioè quello che veramente misura la competitività delle merci) rimase quasi invariato. Chi si affida alle svalutazioni perde di vista i benefici delle politiche di lungo periodo, fornisce alle imprese l’alibi per rimandare gli investimenti produttivi e si illude che le svalutazioni competitive siano compatibili con la stabilità degli accordi commerciali.

L’Europa non ha fatto abbastanza per fronteggiare le emergenze di questi anni, come la crisi fiscale dei paesi del Mediterraneo, la crisi bancaria e quella dei migranti. Occorre procedere con la costruzione di un sistema di assicurazione comune e, per questo, può essere necessario aderire ad un accordo più ristretto e avanzato in ambito europeo (le due velocità di cui parla la Merkel). Ma non bisogna neanche dimenticare che le azioni delle istituzioni comunitarie, le politiche monetarie della BCE, i crediti erogati dalle istituzioni finanziarie pubbliche (l’ESM), i fondi strutturali e i finanziamenti alla ricerca e all’innovazione tecnologica, hanno prodotto benefici ben superiori a quelli che avrebbero potuto produrre le politiche nazionali in condizioni d’isolamento.

Il nostro governo deve rinnovare oltre 250 miliardi all’anno di debito pubblico. Ogni punto percentuale in più d’interessi causato dall’anti-europeismo di Le Pen e Salvini costa 2,5 miliardi di risparmi fiscali. Come tutte le impalcature istituzionali, anche quella europea si fonda sulla responsabilità della politica di governo e di opposizione.

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