Perché la vittoria del Sì non è compromessa

Referendum
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L’esito delle amministrative ha mostrato i limiti di una campagna “contro”. La partita che si apre adesso è molto diversa e paradossalmente più semplice, se il Pd saprà giocare bene le sue carte

Il segnale politico che viene dai due turni delle elezioni amministrative appare abbastanza chiaro: il Partito democratico ha perso in questa occasione quella carica innovativa che era stata portata da Matteo Renzi e che aveva determinato lo straordinario successo delle Europee 2014. Quel simbolo tricolore è tornato a essere – agli occhi di molti elettori – sinonimo di conservazione e di scarsa affidabilità. Un passo indietro verso tempi che sembravano ormai essere superati per sempre. Esaminare le cause di tutto ciò sarà compito della Direzione, convocata per venerdì.

Su un punto, però, ci vogliamo soffermare, perché strettamente collegato all’appuntamento su cui Renzi ha puntato la sua intera carriera politica: il referendum costituzionale di ottobre. Nella campagna elettorale appena conclusa, i dem – un po’ per scelta e un po’ per necessità – hanno rinunciato a presentarsi con un messaggio unitario, che fosse chiaro e condivisibile da tutti, da Trieste a Cosenza. Si è preferito, piuttosto, lasciare ai singoli candidati a sindaco l’incombenza di costruire un messaggio di proposta, cucito su misura delle rispettive città. Scelta politicamente corretta, ma elettoralmente rischiosa. È andata bene a Milano, dove Sala poteva contare su un background già di per sé positivo, sia personale (Expo) che amministrativo (la giunta Pisapia). Non poteva che andare male a Roma, per i noti precedenti, ma le conseguenze negative si sono estese anche a Torino, dove la continuità garantita da Fassino è stata schiacciata dal cambiamento dai toni gentili di Appendino.

L’unica narrazione omogenea, orchestrata in ambito nazionale, è apparsa quella esplicitamente ostile nei confronti dei Cinquestelle. Quella del Pd è apparsa quindi più come una “campagna-contro” che una “campagna-per”, dando l’impressione di un ritorno a quel ventennio antiberlusconiano, che ha visto il centrosinistra soccombere sul piano culturale, politico e quasi sempre anche elettorale. Ciò ha dato più forza al M5S, che sul piano della protesta aveva sicuramente più frecce al suo arco da scagliare contro i dem.

In vista del referendum, la situazione appare totalmente opposta. In questo caso, infatti, il messaggio “positivo” è scritto nero su bianco nella riforma costituzionale approvata dal parlamento e spetta al fronte del No – ampio quanto eterogeneo – opporre una contro-narrazione, che dovrà sottostare a contenuti imposti da altri e non sarà in grado di mostrare (proprio per le troppe differenze che caratterizzano quel campo) un’alternativa di cambiamento, ma solo di conservazione.

Per questo, la partita appare tutt’altro che persa per il Sì. Anzi, se saprà giocare bene le sue carte, quella di ottobre sarà l’occasione per riportare il Pd ai vecchi fasti delle Europee, sul piano politico e di immagine, oltre che elettorale. Ovviamente, tutto ciò sarà possibile solo se i Democratici sapranno giocare bene le proprie carte. Cioè, se riusciranno a valorizzare la portata innovativa della riforma, per ciò che riguarda i contenuti, ovviamente, ma non solo. Perché, tanto per fare un esempio, anche un presidente del Consiglio che dice “se perdo, vado a casa” segna uno stacco rispetto al passato di una classe politica arrivista e sclerotizzata. È questa una personalizzazione eccessiva? No, se tutto il Pd – e non solo – saprà condividere e trasmettere questo messaggio di cambiamento.

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