Ecco perché la riforma migliora la Costituzione

Referendum
Alcuni membri del comitato del si al referendum consegnano le firme in Cassazione a Roma, 14 luglio 2016. ANSA/GIORGIO ONORATI

La riforma è di sinistra per il modello di stato che esprime. Come possiamo non considerare di sinistra una riforma che rende il sistema delle istituzioni più efficiente, veloce e aperto alla partecipazione dei cittadini?

Adattare la struttura dello Stato alla contemporaneità, alle dinamiche dell’economia globale, alle nuove sfide che ha davanti la democrazia, rendendo le istituzioni più efficienti, inclusive, autorevoli e trasparenti. Questo il senso della Riforma costituzionale che il 4 dicembre siamo chiamati a confermare. Siamo davanti a un’occasione unica di cambiamento, un cambiamento profondo che produrrà effetti benefici su tutto il Paese.

Il superamento del bicameralismo paritario permette di accelerare i tempi del Parlamento e renderlo più agile e forte. E dall’altra parte l’introduzione del referendum propositivo e la certezza per le leggi di iniziativa popolare di essere discusse danno più spazio alla partecipazione dei cittadini. La nuova articolazione dei poteri centrali e delle Regioni, con le modifiche al titolo V e il nuovo Senato delle istituzioni territoriali, permette di trovare quel giusto equilibrio tra visione unitaria delle nostre prospettive e condivisione decentrata delle scelte che la riforma del 2001, inseguendo la retorica federalista, non aveva saputo determinare, causando invece conflitti di attribuzione, oltre che sprechi di risorse.

Un paese che vuole giocare un ruolo nel mondo globalizzato non può rinunciare a una visione strategica e unitaria su energia, commercio estero e turismo, o ancora per la pianificazione delle grandi infrastrutture fisiche o digitali. Né possiamo pensare di essere davvero vicini a cittadine e cittadini senza rendere omogenea la gestione delle politiche sociali e le politiche attive del lavoro. O ancora senza un approccio condiviso alla gestione finanziaria di Istituzioni ed enti locali – determinato invece dall’inserimento del principio di costi e fabbisogni standard nell’art. 119.

La riforma, poi, introduce modifiche che danno maggiore qualità alla democrazia, agendo sulla rappresentanza di genere e quindi rafforzando il cammino verso l’uguaglianza sostanziale e la piena cittadinanza di donne e uomini. Grazie alle modifiche dell’articolo 55, che sancisce la promozione dell’equilibrio tra uomini e donne per l’insieme delle Camere, e dell’articolo 122, che definisce i principi che le leggi regionali dovranno rispettare, rafforziamo anche l’art. 3, migliorando gli strumenti per realizzarlo. Ma è tutta la riforma che va in questa direzione: agisce dentro i valori fondativi della Repubblica e individua soluzioni migliori per far funzionare lo Stato.

Chi dice che si attenta alla democrazia o che si modificano i valori fondativi della Repubblica mente, per ignoranza o per convenienza politica. Ma non è in gioco la convenienza di chi fa politica, non è in gioco un giudizio sul governo, non è in gioco il futuro del PD o degli altri partiti: è in gioco il futuro del Paese. Il referendum chiama tutte e tutti ad esprimersi sulla capacità dell’Italia di rispondere al bisogno di innovazione e rilancio di una società scossa, attraversata da disuguaglianze, smarrita, in balia delle crisi, con poca fiducia nella comunità e nelle istituzioni che la rappresentano. Dobbiamo invertire compiutamente il passo. Anche per frenare le derive demagogiche che proprio da quella sfiducia partono per soffiare sul fuoco dell’insoddisfazione, della frustrazione, della paura, dell’ingiustizia, e quindi della fallimentare conservazione. È una sfida per tutti, ma in particolar modo è la sfida per una cultura di governo progressista e di sinistra.

Voglio dirlo chiaramente: il 4 dicembre voteremo si o no ad una riforma di sinistra. Lo indica la nostra storia recente: negli ultimi 25 anni, dopo tangentopoli e la fine della prima Repubblica, in tutti i programmi e le visioni di futuro proposte del centrosinistra c’era l’idea di riformare le istituzioni, eliminando il bicameralismo paritario e riequilibrando le funzioni di stato e Regioni, con il Senato delle autonomie e un rilancio del referendum. Ma la storia, sebbene recente e fondativa per il Pd, non è sufficiente.

La riforma è di sinistra per il modello di stato che esprime. Come possiamo non considerare di sinistra una riforma che rende il sistema delle istituzioni più efficiente, veloce e aperto alla partecipazione dei cittadini? Il bicameralismo paritario, che pure ha svolto negli anni quella funzione di garanzia democratica per cui era stato voluto dai Costituenti, ormai è solo un fattore di rallentamento dell’azione parlamentare, contribuendo così a far crescere distanza e sfiducia delle persone. Davanti all’occasione di recuperare velocità e fiducia vogliamo davvero dire che no, va tutto bene così? Davvero poi una cultura di sinistra di governo vuole rinunciare ad esprimere una visione complessa, articolata ma unitaria su quei settori strategici che ricordavo: energia, commercio estero, infrastrutture, turismo?

E, poi, davanti a chi – più pensando all’Italicum che alla Riforma Costituzionale – teme un rafforzamento dei poteri del premier o la perdita di democrazia per un Parlamento troppo maggioritario, mi chiedo: davvero vogliamo rinunciare a trovare un migliore equilibrio tra rappresentanza e capacità di decidere? Davvero vogliamo continuare a rifiutare un’idea matura e pienamente democratica di leadership? Davvero possiamo dire – ancora – che va tutto bene così e che preferiamo istituzioni e governi instabili e che non decidono? La sinistra non può schiacciarsi sulla conservazione dell’esistente, deve essere interprete del cambiamento, saperlo riconoscere e guidare. Altrimenti non è sinistra.

Oggi dobbiamo scegliere se consegnare alle generazioni future un Paese in grado di rispondere alle sfide della modernità, con istituzioni più semplici e funzionanti, con più spazio alla partecipazione dei cittadini e una democrazia che decide, seppur conservando pesi e contrappesi adeguati. Questo è lo spirito che ci deve guidare, consapevoli della responsabilità storica che portiamo sulle spalle, in particolare noi che sediamo in Parlamento in una legislatura che ha avuto in dono dalla storia e dal destino la responsabilità di fare le Riforme. Questa è la riforma di chi vuole il cambiamento, di chi vuole guardare al futuro, di chi vuole ridurre le disuguaglianze, la riforma delle donne e degli uomini progressisti. Votare si al Referendum e confermare la Riforma significa dire si ad un programma di cambiamento del Paese e dimostrare, soprattutto alle nuove generazioni, che la politica è una cosa seria e che la sinistra ha le carte in regola per governare il futuro.

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