Perché la democrazia non può ridursi ad un referendum

Community
Nella foto distribuita dall'ufficio stampa il 31 luglio 2014 la Rainbow Warrior, nave simbolo di Greenpeace, entrata in azione nel mar Adriatico presso la piattaforma petrolifera Rospo Mare B, di proprietà Edison ed Eni.
ANSA/UFFICIO STAMPA GREEN PEACE
+++NO SALES - EDITORIAL USE ONLY - NO ARCHIVE+++

La democrazia è partecipazione costante nel tempo, non un una tantum

In questo articolo non troverete nuovi dati pro o contro il Referendum del 17 aprile, troverete invece una critica sull’uso a mio parere distorto di uno strumento inadatto per tematiche estremamente tecniche e complesse. Partiamo dalla base: perché un referendum possa essere ritenuto un’attività democratica serve, a mio avviso, che il quesito sia comprensibile e le argomentazioni, pro o contro abolizione, siano alla portata dell’elettore medio. Nel confronto di questi giorni troviamo diversi tipi di argomentazioni, usate da entrambe le parti: quelle emotive (uccelli incatramati, operai disoccupati), quelle fondate sui dati (quanto pesano le piattaforme sul totale consumi energetici nazionali?), quelle geopolitiche (dipendenza energetica?), quelle politiche (lanciamo un messaggio al Governo).

Se amiamo la democrazia eliminiamo quelle emotive (che purtroppo abbondano) e proviamo a valutare il grado di difficoltà delle altre. Parliamo di dati. Meglio un confronto dati alla mano che uno privo: mi pare pacifico. Interpretare dati di ambiti ignoti è però complesso: facciamo attenzione a come vengono contestualizzati, non cadiamo nella fallacia oggettivista. Farò un esempio concreto, partendo da un articolo che fa un buon lavoro di fact checking.

Leggiamo da Valigia Blu: “basandosi sui dati ufficiali del Ministero dello Sviluppo Economico, se il referendum passasse rinunceremmo al 17,6% della produzione nazionale di gas (pari al 2,1% dei consumi nel 2014) e al 9,1% della produzione nazionale di petrolio (pari allo 0,8% dei consumi nel 2014).” Per correttezza, va detto che altre fonti variano di poco le grandezze in discussione (portando al 3% la quota dei consumi di gas), cambia poco ai fini del ragionamento.

La maggioranza dei pro referendum tende a minimizzare la quota: a occhio il 2/3% sembra poco. Guai però a utilizzare il senso comune nelle questioni tecniche, un 2% può contare moltissimo, per esempio se si tratta della riserva frazionaria delle banche (2% dei depositi). Accettereste di sottoporvi a un’operazione in cui avete il 2% di probabilità di morire? Dipende da quanto vi serve, è evidente.

Una diminuzione del 2% degli interessi sul mutuo, dal 5 al 3%, vi piacerebbe? Scommetto di sì. Il 2% di crescita di PIL sarebbe tanto per il nostro Paese, il rapporto deficit-PIL è fissato al 3%. In che ottica si mette allora questo 2%? Se i consumi calano, come pare negli ultimi anni, il 2% citato può pure crescere di qualcosa, e diventare più rilevante alla luce della valutazione sul voto. Come conferma un articolo del Sole 24 Ore, su alcune piattaforme interessate dal Referendum sono stati ipotizzati investimenti per aumentarne la produzione.

Possibile quindi che si passi dal 2/3% (secondo le fonti) al 4/5% secondo investimenti di rafforzamento e diminuzione dei consumi di energia totali? Non sta a me decidere, ci sono comunque due visioni nell’infosfera: in una si sottolinea il vantaggio di crescere la produzione italiana diminuendo, seppure di poco, la dipendenza da altre nazioni, nell’altra c’è chi vede invece un’opportunità nel chiudere le piattaforme dovuta proprio al calo dei consumi (calano i consumi, non ci accorgiamo nemmeno della chiusura, pazienza se in percentuale aumenta la dipendenza dall’estero). Chi ha ragione?

Vogliamo decidere da un punto di vista geopolitico? In un popolo che esprime concetti raffinati come “meglio che stiano a casa loro” parlando di migranti, che accosta ISIS e Islam, che soffre di analfabetismo funzionale per percentuali altissime, ci possiamo legittimamente attendere una conversazione di livello sulla geopolitica di gas e petrolio? Come potrebbe crearsi in poche settimane competenza su dinamiche storiche, economiche, socioculturali vastissime? Con le pillole che si trovano in rete? I 10 segreti dell’Opec, le 5 ragioni per cui il gas naturale spacca, Sunniti e sciiti nemiciamici, Hanno appena scoperto un pozzo di petrolio, quello che succede ti sorprenderà e via di click baiting.

Ma veramente? Posso chiedere un po’ di umiltà o faccio la figura dell’elitario cattivo? Quando Berlusconi vinceva le elezioni gli italiani erano tutti coglioni. Ora, chi lo ha detto in passato si aspetta che siano improvvisamente rinsaviti e votino in massa “contro le trivelle”. Rinsaviti in base chiaramente a un miglioramento netto della scuola pubblica, del livello dei mezzi di comunicazione (i quotidiani vendono tanto e la televisione è meno populista), e della divulgazione scientifica.

Passiamo alla politica: dato che il referendum non riguarda l’interruzione dell’estrazione di petrolio nei mari italiani, né la messa al bando dei combustibili fossili, pare che serva soprattutto per mandare un chiaro segnale. Le regioni, che si sono sentite scavalcate da un governo decisionista, hanno utilizzato i mezzi a loro disposizione per reclamare attenzione e rispetto – offrendosi purtroppo a nuovi ricatti NIMBY.

Se provate a riflettere su quali forze politiche stanno spingendo per il Sì, ci ritrovate dentro tutta l’opposizione unita dall’odio per Renzi. Se eliminate gli estremi (Salvini e Forza Italia), ritrovate la compagine dell’ultimo referendum ambientalista, un coacervo di forze “di sinistra” più M5S che, attraverso i quesiti referendari, cercano di ripresentarsi agli elettori italiani, provando a dire loro “ci siamo anche noi!” (M5S pesa invece il proprio elettorato). Ci sono aspiranti leader nazionali che sfruttano la singola questione tecnica (le concessioni delle 12 miglia) per fare una battaglia culturale ad ampio spettro (no petrolio, no trivelle, sì turismo, rinnovabili, bellezza ecc) fingendo unità di intenti che, ahimè, non si è ancora tradotta in programma di governo.

Purtroppo in tanti ci cascano: “bello partecipare, giusto dare un messaggio per un’Italia migliore anche se non c’ho capito molto delle concessioni”. Nessuno chiederà ai “referendari” di trovare i soldi per rinnovare gli incentivi generosissimi per le rinnovabili (12 miliardi l’anno, in bolletta). Perché il problema è tutto qui: c’è un enorme differenza tra il dire “e le rinnovabili” e costruire lo schema economico per finanziarle in un Paese che vive in spending review permanente. In realtà, è anche complesso tecnicamente costruire la rete elettrica in grado di distribuirle (e va finanziata pura questa).

La politica energetica andrebbe costruita con uno sguardo strategico, di lungo periodo, e ci ritroviamo ogni tot anni i soliti comitati che intervengono a gamba tesa (pochi anni fa contro il nucleare). Qualcuno dice “la partecipazione è sempre bella”. Nient’affatto! C’è partecipazione e partecipazione, così come ci sono modi diversi di essere felici, liberi, intelligenti, innamorati.

Vedo nella partecipazione stagionale un po’ di immaturità. Perché, mi domando, quanti pro referendum sono iscritti a un partito o ricoprono cariche pubbliche? Quanti partecipano alle primarie, quanti scrivono abitualmente di politica, fanno ricerche, fanno parte di qualche think tank? La mia democrazia è fatta di partecipazione costante nel tempo, nelle file della politica organizzata, nella cultura, per combattere un’ignoranza perniciosa e l’incapacità di ragionare in maniera argomentata. Contro una democrazia che non funziona bene l’unica tutela è l’astensione.

Vedi anche

Altri articoli