Perché la candidatura di Sala non sarebbe una sconfitta della politica

Milano
Il Commissario Unico di Expo, Giuseppe Sala, alla conferenza stampa nella centrale operativa di via Drago, per illustrare il piano di mobilità e gli accessi ad Expo 2015, Milano, 20 aprile 2015.  ANSA/ STEFANO PORTA

La sua eventuale partecipazione alle primarie del centrosinistra confermerebbe a partire da Milano l’affermazione di un nuovo ruolo dei partiti e del Pd

Che Sala dichiari la sua disponibilità a partecipare alle elezioni per il sindaco di Milano (città metropolitana) e che lo faccia dichiarando di avere il Pd come partito di suo riferimento è una buona notizia per Milano e per quelli che auspicano che la fase avviata da Giuliano Pisapia e caratterizzata dall’esperienza Expo vada avanti.

La possibilità che Beppe Sala partecipi alle primarie non è frutto di una insufficienza del Pd e del centrosinistra ma, al contrario, è la evidenza di un nuovo modo di pensare e praticare un’idea di politica. In questa visione la ragione d’essere di un partito sta nella capacità di eligere, fare emergere, le risorse umane e le idee più adatte e preferibili per fare funzionare bene le istituzioni democratiche.

La eventuale candidatura di Sala non sarebbe quindi assolutamente una sconfitta della politica, non sarebbe la conferma dell’incapacità dei partiti (Pd primo fra tutti) di reclutare al proprio “interno” personale politico. Non sarebbe la conferma del paradigma avanzato da molti in questi giorni circa l’insufficienza della “politica” (parola sempre usata – sbagliando – come sinonimo dei partiti). Sarebbe invece l’affermazione, e non a caso proprio a Milano, di un modo nuovo di concepire il ruolo dei partiti o almeno del Partito democratico. Quello di non credere più (se mai ci si sia creduto) che la strada della selezione della classe dirigente sia quella di “formarla” al proprio interno. Ma sia, invece, quella di creare le condizioni per farla emergere nella e dalla società e legittimarla attraverso un coinvolgimento ampio degli elettori. Gli unici detentori del potere di legittimare il potere democratico.

Con un po’ di calma poi bisognerebbe riguardare la storia e constatare che nella stagione dei “partiti forti” non era poi così diffusa soprattutto nelle grandi realtà urbane la scelta dei sindaci all’interno degli apparati politici. E che le esperienze di sindaci frutto di scelte “interne” non furono sempre e di per sé le migliori. Ci sono state diverse fasi e diverse abitudini dei partiti nella storia passata, non ci fu un solo modello di partito. A Milano ad esempio ci furono sindaci socialdemocratici presi dalle professioni e sindaci socialisti presi dall’attività di partito. A Roma ricordo Petroselli ma prima di lui Argan.

Un punto di svolta è l’avvento della generazione successiva alla Resistenza, ma soprattutto il passaggio dal sindaco eletto dal consiglio comunale al sindaco eletto direttamente dagli elettori. È in quel momento che cambia la funzione dei partiti, il loro ruolo. E diventa centrale scegliere un candidato capace di raccogliere il consenso degli elettori. Questo passo può essere vissuto come necessità, una diminutio del ruolo dei partiti, una costrizione di una serie di eventi imposti dall’evolvere turbinoso della vicenda di Tangentopoli, oppure come una scelta consapevole figlia di un modo di interpretare la crisi dei partiti di massa del Novecento nelle grandi trasformazioni sociali legate all’avvento della cosiddetta democrazia del pubblico.

Ecco allora che se Beppe Sala accetterà di partecipare alle primarie del centrosinistra lo potrà fare perché a Milano non c’è una visione debole del ruolo dei partiti ma perché a Milano se ne sta affermando una diversa, coerente con le ragioni fondative del Pd. A Milano si vuole mettere alla prova un nuovo ruolo dei partiti e del Partito democratico. Quello di chi non indice il torneo della bocciofila per far passare il candidato scelto da una oligarchia sempre più autoreferenziale ma di chi crede che il coinvolgimento degli elettori nella verifica e nella conferma delle scelte dei partiti (formazione dei gruppi dirigenti) sia il modo per ridare un ruolo alla politica e ai partiti stessi. Un ruolo di comprimari non di demiurghi.

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