Perché io, renziano, voterò Corbyn alle primarie labour

Gran Bretagna
epa04887639 Candidate for the British Labour Party leader, Jeremy Corbyn during a press conference at Ealing Town Hall in west London, England, 17 August 2015. The labour leadership election will be announced on Saturday 12 September 2015. Jeremy Corbyn is one of the contenders in the British Labour Party leadership campaign, other candidates are Andy Burnham, Yvette Cooper, and Liz Kendall.  EPA/FACUNDO ARRIZABALAGA

Non si può tifare per un candidato pensando all’Italia. Nel Regno Unito il blairismo ha già fatto abbastanza, ora serve una scossa

Tra pochi giorni potrò votare per posta o via internet per eleggere il segretario del partito laburista britannico. È una delle soddisfazioni democratiche che mi sono concesse in terra straniera, insieme alla scelta della componente britannica del Parlamento europeo, alle elezioni locali e alla scelta del Police and Crime Commissioner. Dal 2012 risiedo in Inghilterra, sono un migrante di lusso che di mestiere fa il professore all’università di Manchester. Appena giunto, mi iscrissi al Labour, ancora prima di lasciare l’Italia (nel 2009) avevo già in tasca la tessera della Fabian Society. Ovviamente continuo a rinnovare la mia iscrizione al Partito democratico e a votare a ogni elezione italiana; sarei pronto a prendere un aereo anche solo per le elezioni municipali di Roma.

In tre anni sono stato piuttosto fedele al Partito laburista, giusto qualche puntatina verso i Verdi per ravvivare la scena politica di Manchester dove i Laburisti godono da sempre di una discutibile maggioranza bulgara in Consiglio Comunale. Oggi si tratta di scegliere tra Jeremy Corbyn, Yvette Cooper, Andy Burnham, e Liz Kendall.

Corbyn proviene da una famiglia di classe media ed è un grammar school boy. Si narra che tra le ragioni del suo divorzio ci fu la volontà della ex moglie di iscrivere il figlio proprio a una grammar school (una scuola statale ma selettiva). Corbyn è accusato di avere velleità di democrazia diretta e di essere uomo di protesta e non di governo. Detesto poche cose tanto quanto la snobberia di certa sinistra che non è interessata al governo ma solo alla cura onanistica di una presunta superiorità culturale o politica. Ne sappiamo qualcosa in Italia. Tuttavia, dopo aver frequentato il Partito Laburista (riunioni deserte di sezione e di collegio, assemblee locali e convention nazionali piuttosto spente) mi pare di poter affermare che il livello di partecipazione politica interna aveva raggiunto una soglia di allarme e la recente crescita di iscritti e sostenitori è un’ottima notizia. Corbyn ha già contribuito a ravvivare il partito, soprattutto tra i giovani, sebbene la sua candidatura sia giunta solo due minuti prima della scadenza e fosse stata organizzata come mera testimonianza dell’ala sinistra.

Anche la Cooper proviene dalla classe media ma è la moglie di Ed Balls, il braccio destro per l’economia di Gordon Brown e di Ed Miliband. È la più intelligente ma anche la più cauta e lenta dei quattro candidati. Il Guardian (quotidiano della classe media e intellettuale) ha deciso di sostenere lei.

Il Daily Mirror (quotidiano della classe operaia) sostiene Burnham, il politico della porta accanto con marcato accento di Liverpool. Ebbi modo di incontrarlo a Birmingham in occasione di un evento elettorale prima della grande sconfitta di maggio. Già allora si parlava di lui come il possibile successore di Miliband. Anche la Kendall cerca di caratterizzarsi come candidato della classe media. Kendall e Burnham a me appaiono una brutta copia di un passato che non c’è più e che non ispira neanche quando è l’originale Tony a rifarsi vivo.

I miei amici italiani mi conoscono come renziano della prima ora e danno per scontato che io voti per il candidato più riformista. Quelli che mi conoscono meglio sanno che da rappresentante degli studenti all’università vivevo nel culto di Romano Prodi e di Tony Blair. Il primo culto gode ancora di ottima salute, il secondo rappresenta un mito decaduto dai tempi della Seconda Guerra del Golfo. La scelta non è facile, perché la politica italiana si trova a un diverso stadio di sviluppo di quella britannica e la distanza più forte c’è tra la società, l’economia e il funzionamento delle istituzioni dei due paesi. Quindi, tifare per uno dei quattro candidati pensando all’Italia è sbagliato.

Sebbene io sia disperatamente convinto della necessità di una cura Renzi in Italia e mi rammarichi che il “Blair nostrano” si sia fatto vivo da noi con un ritardo di oltre venti anni, non sono sicuro che il Regno Unito abbia bisogno di più Blairismo e vi spiego perché.

Scriveva Lia Quartapelle alcuni giorni fa che il dibattito non dovrebbe limitarsi a misurare quanto i quattro candidati siano distanti dal passato socialista, dall’alternativa del modello blairiano, o dal presente del Partito conservatore: occorrerebbe invece spiegare “come cambierà la Gran Bretagna quando governerà il partito laburista.”

La Gran Bretagna di oggi, nonostante la crisi finanziaria e la cura Cameron, è un paese che appare certamente attraente alle decine di migliaia di giovani italiani che ogni anno vi emigrano. Attraente perché c’è più occupazione, migliori condizioni contrattuali, tasse più basse, un mercato del lavoro dinamico come quello americano ma con un welfare europeo. È una nazione ancora ambiziosa nella politica estera, che fa la voce grossa sull’immigrazione ma che ti tratta equamente una volta dentro. È uno Stato snello dove il settore pubblico lavora con efficienza e trasparenza. È una società con dati di mobilità sociale non migliori dell’Italia ma dove non si respira l’immobilismo coltivato dal sindacato, dalla sinistra radicale, dalla burocrazia statale, dalla cultura dell’anzianità, dal familismo amorale e dal nepotismo. È una destinazione attraente perché al ritorno dalle ferie in Italia troverò i cantieri sotto casa ultimati e di nuovi avviati.

Tony Blair ha certamente trasformato la Gran Bretagna in una nazione competitiva e capace di attrarre centinaia di migliaia di giovani da tutta Europa (per non parlare di quelli che tentano di giungere da ogni parte del mondo). Come rivendica nella sua recente lettera al Guardian, ha introdotto il minimum wage, le unioni civili, ha investito massicciamente in scuola e sanità pubblica. Però, invocare la “Third Way” oggi mi sembra come evocare Keynes a 70 anni da Bretton Woods. La “Third Way” in Gran Bretagna c’è già stata e ha già introdotto quelle riforme che ancora attendiamo in Italia. Ma, di cosa c’è bisogno per i prossimi 20 anni di politiche nel Regno Unito?

La pubblica amministrazione britannica ormai lavora sulla curva dell’efficienza. Non ci sono più enti da sopprimere, dirigenti pubblici imboscati o personale politico da ridurre.

Il sistema sanitario è stato potenziato e riformato. Ha mantenuto la sua identità pubblica ma siamo ormai a un passo dalla privatizzazione. Gli ospedali e le unità sanitarie locali sono state smontate e rimontate secondo logiche finanziarie e di esternalizzazione. Si entra in un ospedale NHS o si visita il medico di base e, senza saperlo, si ricevono le cure di un dipendente di Virgin Care Ltd o di una multinazionale straniera.

I servizi pubblici sono stati tutti privatizzati (acqua, luce, gas, bus, energia nucleare, ambulanze, prigioni!). In alcuni casi si è anche passato il limite della ragionevolezza politica ed economica. Le ferrovie sono state smantellate da politiche così insensate che ogni volta che torno in Italia non vedo l’ora di fare un viaggio in treno. La rete ferroviaria è di fatto rimasta ferma agli anni ’80 per livello tecnologico e investimenti.

Il settore finanziario e immobiliare sono stati modernizzati ma qualcosa è sfuggito di mano anche in questi due casi. Una famiglia con due buste paga di funzionario dello Stato non è in grado di vivere nelle prime tre zone della capitale. Un pezzo di Londra è stato colonizzato dai ricconi di mezzo mondo alle cui dipendenze sta un esercito di lavoratori con contratti full time che ha bisogno di sussidi statali per raggiungere il living wage.

Le università sono state privatizzate e vengono gestite da agguerriti rettori non eletti, super pagati e orientati a logiche commerciali. Non esistono corsi si laurea triennale che costino meno di 10.000 euro l’anno. La produttività scientifica è molto alta ma iniziano a intravvedersi gli effetti inattesi di un sistema spinto di valutazione della performance del personale docente e ricercatore.

L’establishment laburista e conservatore insiste con il vezzo del deterrente nucleare finanziato con tagli al welfare malgrado a nord di Londra si osservino dati di povertà, soprattutto infantile, da Mezzogiorno d’Italia.

Il divario politico e istituzionale tra Londra e la Scozia, nonostante la vittoria del No al referendum, è destinato a crescere. Non c’è Burnham o Cooper in grado di farvi fronte.

Tre dei quattro candidati (Burnham, Cooper, Kendall) hanno studiato a Oxford o Cambridge. Per gli standard italiani ci sarebbe da felicitarsene eppure questo è uno dei problemi della Gran Bretagna, una società sì, più aperta di quella italiana, ma anche chiusa e ossessionata dalla classe sociale. Una società dove gran parte della classe dirigente proviene da due università o da dieci scuole private.

Il sindacato ha da tempo scarsi poteri ma nonostante questo, ci si appresta a dare un altro colpo mortale alla contrattazione collettiva e al diritto di sciopero. Rispetto all’Italia, in materia di relazioni industriali e diritto di sciopero, mi sembra di vivere in uno stato di polizia. Chi mi conosce sa che non sono entusiasta degli eccessi italiani, ma, tra questo e avere paura di fare sciopero all’università ce ne passa!

Il Partito laburista ha influenzato la storia contemporanea del Regno Unito più di quanto abbia fatto il Partito conservatore. Dobbiamo attribuirgli colpe e meriti.

Per quanto riguarda le colpe, agli amici italiani chiedo di interrogarsi come sia possibile che oggi Tony Blair sia per il centrosinistra una figura controversa tanto quanto Margaret Thatcher. Può il Labour rifondarsi su una piattaforma di continuità neanche supportata da una leadership adeguata?

Per quanto riguarda i meriti (modernizzazione, competitività, dinamismo, welfare): Bene! Bravo! Ma non Bis! La ricetta di ieri non serve più oggi. Quello che c’era da fare è stato fatto (talvolta anche troppo). Adesso occorre qualcosa di nuovo e qualcuno in grado di mobilitare la partecipazione politica.

I quattro candidati sono obiettivamente tutti di basso profilo per carisma e programma. Due di loro, Corbyn e Kendall, non hanno alcuna esperienza di governo. Alcune delle posizioni di Corbyn (ad esempio quelle sulla Nato e sull’Unione europea) lo rendono ancora più debole degli altri. Eppure, temo che Jeremy Corbyn, nonostante i suoi modi e i suoi contenuti decisamente vintage, sia l’unico dei quattro in grado di dare una scossa che favorisca l’elaborazione di nuove idee durante i cinque anni di opposizione.

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