Perché io, difensore dei diritti delle coppie gay, dico sì al ddl Cirinnà

Diritti
SvegliaItalia

La magistratura ha già fatto abbastanza. Ora tocca al Parlamento approvare una legge generale che metta l’Italia al passo con i Paesi civilizzati

Le piazze che si sfidano testimoniano in questo momento un fortissimo scontro sull’approvazione del ddl Cirinnà, che esprime la contrapposizione presente in Parlamento quale riflesso della contrapposizione esistente nella società fra chi vorrebbe che ci fosse una legge che disciplini i diritti e i doveri delle coppie omosessuali e chi invece vorrebbe che non ci fosse nulla, temendo che questo riconoscimento tolga qualcosa ai diritti e ai doveri delle coppie eterosessuali che si sposano e che, in generale, sia una minaccia per i valori di qualcuno.

E’ difficile ragionare per chi, come la sottoscritta, con pazienza, ha cercato di seguire tutte le strade razionali per contribuire ad arrivare a questo risultato.

Con le coppie omosessuali abbiamo richiesto alla Corte costituzionale di riconoscere il diritto al “matrimonio”, ottenendo una decisione, la sentenza n. 138 del 2010, che afferma il diritto delle coppie omosessuali a vivere liberamente la loro condizione di coppia attraverso una legge generale fondata sull’art. 2 della Costituzione. Un importante riconoscimento che crea però un’interpretazione distorta della norma costituzionale sulla famiglia, l’art. 29, che secondo la Corte costituzionale sarebbe riservato alle coppie eterosessuali. Questa interpretazione è stata rafforzata nella sentenza n. 170 del 2014, creando quindi una separazione fra gli istituti che il legislatore dovrebbe disciplinare per le coppie eterosessuali e omosessuali.

E tuttavia in queste sentenze si riconosce il diritto fondamentale delle “coppie”, non delle persone; la necessità che sia il legislatore a intervenire con una “legge generale”; il dovere per la Corte costituzionale di intervenire di fronte a specifiche situazioni di lesione del principio di uguaglianza.

Con le stesse coppie ci siamo rivolti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale nello scorso luglio ha condannato l’Italia, nella sentenza Oliari, affermando a chiare lettere che i giudici più di così non possono fare e che tocca al legislatore italiano intervenire. Le parole della Corte sono sferzanti nei confronti dell’inerzia del Parlamento italiano e io rimango molto sorpresa nel vedere che alcuni parlamentari, a cui la Corte europea si rivolge, le ignorano, pensando di avere tutto il diritto, in questo momento, di affossare il ddl Cirinnà. La Corte deciderà nei prossimi mesi altri ricorsi e quindi ci saranno altre condanne nei confronti dell’Italia se la legge non vedrà la luce.

Solo la decisione politica può cambiare la vita di tutte le persone. La strada giudiziaria, in uno Stato costituzionale, può aiutare, può consentire a quel diritto e dovere di andare avanti, ma non può e non deve, in una democrazia, essere risolutiva. Ecco perché mi sembra fondamentale ora che questo disegno di legge sia approvato; ecco perché ritengo che qualsiasi tentativo di modifica ora potrebbe solo peggiorare il testo e comunque metterlo a rischio.

In generale, possiamo dire che questo testo è sostanzialmente scritto per rispondere ai principi, discutibilissimi, affermati dalla Corte costituzionale che riserverebbero la tutela di cui all’art. 29 della Costituzione solo alle coppie eterosessuali. Da qui la scelta del testo di seguire il modello tedesco, di chiamare la disciplina “unioni civili” e non “matrimonio”.

La Corte parla di due discipline generali, fondate sullo stesso piano, e facendo riferimento all’art. 2 della Costituzione, che tutela la dignità della persona, non esige, né autorizza che ci siano coppie di serie A e di serie B (o C). Al contrario. E quindi tutte le sterili discussioni sul fatto che dalle sentenze si potrebbero togliere diritti (e doveri), che il ddl Cirinnà non può equiparare con il rinvio al codice civile, perché sarebbe in sostanza un’equiparazione, sono veramente senza senso e contrarie all’impianto delle nostra Costituzione, come interpretato dal giudice costituzionale.

Attenzione, però, a non cadere nell’ideologia contraria, e cioè ritenere che questo testo sia troppo debole, o inutile, perché non usa la parola “matrimonio”, ma “unione civile”, in ciò discriminando. Anche la Corte europea condanna l’Italia, nella sentenza Oliari, non perché non ci sia una legge sul matrimonio delle coppie omosessuali, ma perché non c’è una legge generale, e afferma che il legislatore italiano sarebbe libero di scegliere il modello che preferisce, purché riconosca, in via generale, i diritti delle coppie omosessuali.

Arriviamo al grimaldello utilizzato per innescare tutte le obiezioni più generali: la stepchild adoption, cioè l’adozione del figlio del partner. Anche su questa norma ci sono tante idee confuse nella società e, quindi, in Parlamento: le famiglie omogenitoriali e i bambini esistono e questa è una norma fatta per proteggere i bambini. Si utilizza una norma che riguarda l’adozione speciale.

In questo campo abbiamo già una giurisprudenza che si sta consolidando e che riconosce alle coppie omosessuali di ottenere un bimbo in affido e in alcuni recentissimi casi ha anche consentito l’adozione del figlio del partner.

Se questa norma non passasse in Parlamento, ci arriverebbe la giurisprudenza, caso per caso o con un rinvio alla Corte costituzionale. La Corte europea si pronuncerà nei prossimi mesi. Non approvando questa norma, il Parlamento dimostrerebbe ancora una volta di essere indietro rispetto a una realtà sociale che è già cambiata.

In conclusione, io spero che il Parlamento approvi questo testo, senza se e senza ma. Che l’Italia finalmente si metta al passo con l’Europa e con i paesi civilizzati nel mondo.

Che questa legge riconosca quello che Aldo Moro diceva dovesse realizzarsi nel nostro Stato costituzionale: cioè che, “al di là del cinico opportunismo, ma che dico, al di là della stessa prudenza e dello stesso realismo, una legge morale tutta intera, senza compromessi, abbia infine a valere e dominare la politica, perché essa non sia ingiusta e neppure tiepida o tardiva, ma intensamente umana”, un’umanità che, come afferma il giudice costituzionale nel 2002 (sent. 494, rel. Zagrebelsky) e nel 2015 (sent. 223, rel. Zanon), è propria anzitutto della Costituzione che “non giustifica una concezione della famiglia nemica delle persone e dei loro diritti”.

 

*Il testo è estratto dall’intervento pronunciato in occasione del convegno “Figli e figli”, che si è svolto a Milano sabato scorso

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli