Perché il referendum non è un plebiscito ma nemmeno un appuntamento neutro

Governo
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la trasmissione Rai "Porta a Porta" condotta da Bruno Vespa. Roma 15 dicembre 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Il governo difenderà la sua legge e in caso di bocciatura ne trarrà le conseguenze

Sul referendum confermativo c’è un po’ di confusione, secondo me. Confusione generata da varie parti, anche da Matteo Renzi, per non dire del gran casino comunicativo e di merito che stanno facendo i vari esponenti del No: non perché siano incapaci ma perché hanno idee diverse sulle conseguenze del referendum.

Ricapitolando. Il governo ha presentato una legge (ddl Boschi) che supera il bicameralismo perfetto e introduce tante altre novità e sta facendo di tutto approvarla. Fin dall’inizio il governo ha detto che dopo l’approvazione della legge da parte del parlamento sarebbe stata necessaria la conferma del popolo, tanto che pur di arrivare al referendum Renzi avrebbe rinunciato ai 2/3 (che in un primo momento parevano esserci), ipotizzando poi una norma che prevedesse esplicitamente il referendum confermativo (strada poi rivelatasi tecnicamente impraticabile).

Questo per un ragionamento politico: siccome il governo ritiene le riforme costituzionali il cuore del suo mandato, vuole misurare il consenso dell’elettorato su questo suo impegno. E di conseguenza lega all’esito di questa espressione degli elettori il suo destino (la famosa frase di Renzi alla conferenza stampa di fine anno).

Quest’ultima esternazione ha generato una confusione che poteva essere evitata – ma che non mi sembra tragica – perché ha dato l’idea di un super-voto sul presidente del Consiglio. Da par suo, Giorgio Napolitano ha chiarito due cose: a) che il referendum non è indetto dal governo (a norma del 138); b) che il referendum è sul merito della riforma.

Precisazioni ineccepibili. Che non contraddicono (ma Napolitano non è venuto su questo punto) una realtà molto semplice: e cioè che l’eventuale bocciatura della legge da parte del popolo non potrebbe non avere ripercussioni nette sulla vita del governo, perché, come detto, sarebbe la bocciatura del cuore del programma del governo stesso.

Da parte loro, i fautori del No da queste prime battute si dividono in due gruppi. Un gruppo vede le cose come le ho sommariamente descritte e dunque si augura una vittoria del No per mandare a casa il governo Renzi. Alfredo D’Attorre lo ha dichiarato subito dopo l’esternazione del premier: in autunno il governo cade, o quantomeno può cadere. Direi che Sel è su questa posizione. Personalmente credo che lo siano anche alcuni esponenti della minoranza Pd, in contrasto con i leader Speranza e Cuperlo.

Un secondo gruppo è formato da quelli che pretenderebbero che il governo stesse fuori dalla vicenda (che riguarda, lo ripeto ancora, il cuore del programma del governo stesso). Ciò in base alla teoria (superata nella prassi degli ultimi anni – vedi referendum sull’articolo V) per la quale i governi devono star fuori dalle battaglie referendarie. Altrimenti è “un plebiscito”. Un tempo la cosa poteva avere una senso. Ma oggi che i governi sono sempre più titolari delle leggi: e che fanno, non le difendono dinanzi al popolo?

Travaglio e vari maîtres a penser (probabilmente Scalfari) ritengono, più o meno in omaggio alla purezza della teoria, che la vittoria del No non implicherebbe affatto la caduta del governo. È una posizione più sottile. Troppo sottile: infatti non regge.

In conclusione. La legge sarà sottoposta a referendum confermativo come vuole la Costituzione. Ci sarà un fronte del No che comprenderà sinistra radicale, Cinque Stelle, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, con l’appoggio di intellettuali di varie estrazioni e generazioni, il mondo del Fatto ed estremismi vari. Ci sarà un fronte del Si guidato dal Pd e dalle forze della maggioranza di governo. Via via si schiereranno tutti. Una bella battaglia, crocevia della legislatura, e non solo.

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