Perchè il Papa è sgomento davanti ai nemici dell’umano

Parigi
Papa Francesco nella basilica di San Pietro, dove presiede la liturgia della Parola in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, da lui istituita il 6 agosto scorso, Città del Vaticano, 1° settembre 2015. ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI

Papa Francesco sgomento davanti agli attacchi terroristici di Parigi: ” E’ in corso la terza guerra mondiale a pezzi”

Non c’è nessuna giustificazione umana prima ancora che religiosa, per quanto è avvenuto a Parigi. Papa Francesco cerca le parole, sgomento, commentando per telefono con Tv2000, l’emittente della conferenza episcopale, le immagini provenienti dalla capitale francese. La Santa Sede si trova di fronte all’ennesima crisi internazionale che ha per protagonista il mondo islamico, le sue componenti estremiste e ideologicamente più violente, ma trae origine da cause essenzialmente politiche, economiche, etniche. L’epicentro è quello di sempre, il Medio Oriente in fiamme che non riesce a trovare nuovi equilibri ormai da un quarto di secolo, dalla fine della guerra fredda. La comparsa sul terreno dell’Isis, il cosiddetto Stato islamico esteso fra Iraq e Siria, ha poi assestato il colpo decisivo alla presenza delle comunità cristiane nella regione schiacciate fra guerre, crisi economiche e sociali, e usate infine come simbolo di terrore per identificare occidente e cristianesimo (togliendo così legittimità a una presenza antica di 2mila anni nella regione). E’ in questo quadro, di conflitti con diramazioni globali che papa Francesco ha potuto parlare – e lo ha fatto di nuovo ieri – di “terza guerra mondiale a pezzi” in corso, lanciando un allarme e insieme un messaggio a tutta la comunità internazionale.

A questo aspetto si aggiungono le preoccupazioni ormai reali, per un Giubileo il cui avvio è previsto per il prossimo otto dicembre e che potrebbe costituire lo scenario ideale per un attentato in grado di colpire sia il pontefice che le migliaia di pellegrini e fedeli il cui arrivo è previsto nei prossimi mesi. Il livello di allerta cresce, non è la prima volta del resto che gli estremisti dell’Isis minacciano il papa e san Pietro in quanto simboli perfetti – iconograficamente – della cristianità, ma stavolta il timore è concreto perché la strategia terroristica messa in atto a Parigi, a Beirut, nei cieli del Sinai, mostra come non vi siano limiti e anzi ‘si cercano’ le vittime civili pur di estendere il conflitto sul piano internazionale. E’ sorto quasi subito, allora, il quesito sulla possibilità di cancellare il Giubileo. Un’ipotesi respinta dalla Santa Sede con una nota ‘pesante’ del portavoce vaticano padre Federico Lombardi: “Se noi ci lasciamo spaventare, hanno già raggiunto un loro primo obiettivo. E’ una ragione di più per resistere con decisione e con coraggio alla tentazione della paura. Naturalmente bisogna essere prudenti e non irresponsabili. Ma dobbiamo continuare a vivere costruendo pace e fiducia reciproca”. Non solo: “anche oggi, quando il Papa Francesco parla della terza guerra mondiale a pezzi, è necessario il messaggio della misericordia per renderci capaci di riconciliazione, di costruire ponti nonostante tutto, di avere il coraggio dell’amore”. E’ il no al fondamentalismo, alla fede trasformata in ideologia estremista o in odio, pure affermato tante volte dal papa in questi mesi.

La Roma multireligiosa e pacifica, un primato eccezionale della capitale italiana speso dimenticato o dato per scontato (vi convivono comunità islamiche, ebraiche, confessioni cristiane diverse oltre ad essere il centro della cattolicità), si avvia comunque all’anno santo in un clima cupo, mentre si rafforzano le misure di sicurezza da una parte all’altra del Tevere con la consapevolezza che il terreno sul quale ci si muove è costellato di trappole. E ancora ci sono timori, questa volta nei sacri palazzi, per il prossimo viaggio del papa in Centrafrica previsto per la fine di novembre, nel Paese infatti non si è palcato del tutto un conflitto civili in cui non manca il dato interreligioso islamico-cristiano.

D’altro canto lo sguardo del Vaticano è, come dicevamo, più ampio. Le comunità cristiane del Medio Oriente sono ormai ridotte al lumicino, perseguitate dall’estremismo o prese in ostaggio da qualche ‘dittatura laica’. Di fronte alla tragedia, la Santa Sede ha operato sul piano diplomatico da una parte ampliando il dialogo con l’Iran, dall’altro promuovendo l’idea di cittadinanza – pari dignità e diritti per tutti gli abitanti dei Paesi mediorientali – per superare il soffocamento delle minoranze tollerate o perseguitate. In questo campo la richiesta più volte ribadita da monsignor Paul Gallagher della Segreteria di Stato, il ‘ministro degli esteri’ vaticano, è quella di applicare il principio della “responsabilità di proteggere”, difendere cioè dal genocidio o dalle violenze le popolazioni civili inermi e le minoranze religiose; per fare questo però, rileva la Santa sede, serve una cornice giuridica certa, altrimenti il rischio è che con la scusa dell’intervento umanitario singole potenze facciano in realtà i propri interessi.

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