Perché il No è un voto pro-establishment

Community
A polling station for a referendum on the duration of offshore drilling concessions in territorial waters, in Rome, Italy, 17 April 2016.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Non condividere le politiche del Governo attuale è più che legittimo, ma questa non è l’occasione per esprimere la propria rabbia, non è questa l’occasione per votare pro o contro un Governo.

Quando si viene chiamati ad esprimersi su una riforma così importante come è una riforma di revisione costituzionale, credo sia doverosa, da parte di tutti, una profonda analisi sulle ragioni, di merito e politiche, che possano giustificare il nostro appoggio o meno al progetto di riforma che ci viene proposto. Dopo mesi di studio, di approfondimento, e dopo aver ascoltato molti dibattiti a riguardo, io sono sempre più convinto della importanza della vittoria del “Sì” e sono sempre più convinto di come questa riforma costituzionale rappresenti un passaggio storico fondamentale per la nostra democrazia.

Dopo aver valutato attentamente le ragioni dei favorevoli e le ragioni dei contrari al progetto di riforma costituzionale Renzi-Boschi, il mio appoggio deciso alla riforma è dato da una netta superiorità degli elementi positivi – quali ad esempio il superamento del bicameralismo paritario e conseguente differenziazione delle funzioni di Camera e Senato, il nuovo ruolo del Senato con una elezione di secondo livello dei relativi senatori i quali non riceveranno nessuna indennità, abolizione del CNEL, revisione del Titolo V, ecc – rispetto agli elementi negativi ed ai dubbi che ogni riforma inevitabilmente porta con se ( dal mio punto di vista non esistono riforme perfette).

Questo mio contributo però, non vuole essere una mera ripetizione di ciò che nel merito prevede la riforma, quello di cui voglio parlare è la profonda contraddizione di un “No” al prossimo Referendum Costituzionale come voto puramente politico e soprattutto come voto anti-establishment. Prima di esporre il mio ragionamento a riguardo, voglio precisare l’inadeguatezza dell’esistenza di un voto esclusivamente politico (che sia un “Sì” o un “No”) su quella che è una proposta di revisione costituzionale. Ormai, però, è inutile nascondersi, quella del 4 dicembre è diventata l’occasione, per molti, per “mandare a casa Renzi” al di là del merito del quesito referendario, di conseguenza, non si può e non si deve sottovalutare l’opinione di chi si esprimerà con un voto puramente politico. Parlare del merito della riforma è utile, utilissimo, ma io intendo soffermarmi ed invitare al ragionamento coloro che hanno già espresso il proprio voto contrario, ai quali chiedo cinque minuti in più del loro tempo, nulla di più.

Essendo questo il quadro di riferimento, ossia, essendo chiara la volontà di porre fine all’esperienza governativa dell’attuale Presidente del Consiglio, ho provato ad immaginare cosa succederebbe se vincesse il “No” e il premier si dimettesse. Come tutti sappiamo, in tal caso, si aprirebbe una crisi di governo e sarà il Presidente della Repubblica a constatare se ci sono le condizioni per la formazione di un nuovo governo, oppure se procedere alla scioglimento delle Camere (ex art. 88 Cost.). Dal mio umile punto di vista, questo secondo scenario non è né praticabile né auspicabile (solo Di Maio non riesce a capirlo). In caso di vittoria del “No” noi avremmo una legge elettorale cd. “Italicum”, maggioritaria con ballottaggio e relativo premio di governabilità, (che nessuno sembra più volere) per la Camera dei deputati e il cd. “Consultellum”, proporzionale puro con preferenze, (ex Porcellum in seguito alla sentenza n. 1/2014 della Consulta) per il Senato della Repubblica.

È abbastanza evidente, dunque, l’impasse che si creerebbe qualora si andasse subito al voto. Di conseguenza, il nuovo Governo, nell’ultimo anno di Legislatura, dovrà procedere al riordino del sistema elettorale e dovrà traghettarci verso nuove elezioni in un contesto europeo sempre più fragile e dove, negli ultimi tre anni, l’Italia era ritornata credibile, forte, con un percorso di riforme molto avviato e con posizione fortemente europeista (seppur giustamente critica). In questa situazione, a guadagnarci, saranno solo coloro che hanno interessi politici da difendere in un altro anno di Legislatura, coloro che vogliono continuare a dividersi poteri e poltrone (per dirla brutalmente) e che hanno colpito una riforma costituzionale attesa da decenni pur di restare lì, per questa e per la successiva Legislatura.

Cari amici del “No”, il vostro voto anti-casta ed anti-establishment è un clamoroso boomerang. A me non piace parlare di poltrone, l’argomento della riduzione dei costi della politica non va trattato in questo modo e soprattutto è un argomento che non ha niente a che fare con l’esigenza di migliorare qualitativamente la politica, però, fingere di non vedere che ci siano degli interessi molto conservativi dietro una eventuale vittoria del “No” al referendum credo sia abbastanza grave. Non condividere le politiche del Governo attuale è più che legittimo, ma questa non è l’occasione per esprimere la propria rabbia, non è questa l’occasione per votare pro o contro un Governo.

Il quesito referendario riguarda la nostra Costituzione e non esiste nessun altro motivo che possa e che debba distrarci da ciò che la riforma prevede. La personalizzazione del Referendum da parte del Presidente del Consiglio è stato un grande errore, riconosciuto da tutti ed in primis dal Premier. Sta a noi, dunque, non perseverare nell’errore, sta a noi riconoscere l’importanza di questo voto, sta a noi pensare alla straordinaria occasione che abbiamo il prossimo 4 dicembre e spetta a noi il dovere di credere in un futuro migliore. Il Paese è già ampiamente spaccato ed io non credo che urlare di più sia la soluzione. Io sogno un Paese dove ci si potrà confrontare con lealtà e pacatezza, dove l’avversario politico verrà rispettato e non denigrato, dove chi esprimerà le proprie opinioni non verrà attaccato o etichettato, dove ognuno avrà il diritto di scegliere di essere ottimista.

È legittimo sperare in un futuro migliore ed è nostro compito difendere questo diritto fondamentale. Il “Sì” del 4 dicembre è solo il primo passo verso qualcosa che abbia, finalmente, le sembianze di un Paese migliore.

Giuseppe Simone, 25 anni, laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”, non iscritto a nessun partito politico.

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli