Perché il futuro del paese passa anche attraverso il Sì al referendum

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Il Presidente del consiglio Matteo Renzi durante il suo intervento in occasione dell'apertura della campagna per il sì al referendum costituzionale di autunno, al teatro Niccolini di Firenze, 2 maggio 2016. ANSA/ MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

E’ il momento di costruire un Paese diverso, occorre realizzare l’Italia a cui dire Sì

Da una parte ci sono le parole, quelle solite che non si sa mai se sono troppo o poche. Dall’altro lato ci sono i numeri, che sono fermi e precisi più delle tante o poche parole.

Il dato è questo: nel II trimestre 2016 più 189mila posti di lavoro. Tradotto: dall’inizio del governo Renzi più 585mila occupati. Spiegato ancora meglio: il Jobs Act produce effetti positivi, più di ogni altra azione messa in campo dai vari governi italiani a sostegno del lavoro e dell’occupazione. L’aggiunta necessaria a questi numeri sono le parole: non basta. Non basta perché è un numero che non soddisfa a pieno, perché lascia scoperta una fetta importante di altri italiani che nonostante il Jobs Act non sono entrati nel mercato del lavoro. Non basta perché la sfida della piena occupazione, non solo giovanile, in Italia è la vera competizione con la modernità ed il tempo. Che passa inesorabile e non aspetta.

Ciò che invece sembra essersi fermato, nonostante il tempo, è quell’antico modo di manifestare la propria esistenza politica attraverso editoriali, battute, iniziative con platee più o meno note, qualche schizzo di fango qua e là, oppure attivando i propri storici rifermenti nei territori per preparare ipotetiche exit strategy e nuove formazioni politiche, spesso annunciate ma poi finite nel vuoto e nel vento.

E’ una vecchia pratica, un vezzo, che racconta da sempre la sinistra italiana, quasi spesso vittima di sé stessa e del proprio essere autoreferenziale, e per nulla agganciata ed in sintonia con quello che tutti chiamano “paese reale”. E’ un gioco continuo fatto di mosse e contromosse. Una noia incredibile che solo a parlarne fa sbadigliare.

Il rischio di un eterno ritorno al passato si sta palesando proprio con la campagna elettorale per il prossimo Referendum. Per questo fa bene il premier segretario a sottolineare come le ragioni del Sì siano completamente parte integrante della storia più recente della sinistra italiana. E fa benissimo a dire che non potrà essere il passato a rubare il futuro. Ma per realizzare tutto ciò, per permettere al futuro di non essere la copia di mille riassunti non basta solo un sì. Occorre realizzare l’Italia a cui dire Sì.

Nell’articolazione del suo discorso, Matteo Renzi ha passato in rassegna i fatti e le azioni che hanno caratterizzato l’ultimo periodo di governo. Proviamo a ricordarle brevemente: il successo di Expo con la conseguente crescita dell’export dell’agroalimentare italiano, la legge sul “dopo di noi”, le unioni civili, il Jobs Act, il contrasto all’evasione fiscale (2015 anno record), il lavoro per le grandi reti di collegamento stradale, la banda larga, l’accordo con i grandi della terra sul clima. Potrebbero bastare già questi risultati per raccontare l’Italia a cui dire Sì.

L’Italia di cui essere fieri ed orgogliosi, e che ritrova nella propria bellezza, storica e paesaggistica, un fortissimo volano di sviluppo. Esattamente come sta accadendo al Sud, dove la geografia non è più condanna, dove l’innovazione, materiale e culturale, si innesta in luoghi in cui nessuno prima d’ora avrebbe nemmeno aperto una bottega.

E allora perché il racconto della politica, giornalistico e dei palazzi, si ferma ancora una volta alla continua lotta di posizioni tra gruppi dirigenti? Non solo nei dem, sia chiaro, che almeno danno evidenza a questa dialettica. Quello che sta succedendo nel partito dei 5 stelle è uno spettacolo che non restituisce molta credibilità alla politica, incrinando maggiormente la già difficile relazione con i cittadini.

Se le ragioni del Sì al referendum costituzionale sono legate ad un ammodernamento dello stato, per renderlo meno complesso e più snello, per superare le sue lentezze e dargli la necessaria spinta per il cambiamento, allora è necessario iniziare a rafforzare il racconto dell’Italia che sarà con la vittoria del Sì

Non basta solo dire che nel fritto misto del no ci sono tutti, da Grillo a D’Alema. Serve un maggiore sforzo per far comprendere che questo referendum è l’occasione di riscatto aspettata da sempre, che la costruzione dell’Italia di cui essere orgogliosi, quella a cui dire sì, passa anche attraverso questa riforma della carta costituzionale. L’abolizione del CNEL non ha molta presa nel cosiddetto paese reale (andrebbe spiegato prima cosa è questo ente, ad esempio), ma la diminuzione dei parlamentari con la fine del bicameralismo perfetto sì, invece.

Per non permettere che questo referendum si trasformi in un congresso, e per guardare davvero al futuro del paese, il Partito democratico deve necessariamente cambiare la propria narrazione, così come ha fatto il segretario nel suo discorso di chiusura della festa nazionale. All’Italia che dice si va legata anche l’Italia a cui dire Sì, quella positiva, coraggiosa, che esiste e non è di fantasia, oppure sarà una conta interna e tutta autoreferenziale tra forze conservatrici e forze democratiche. Il destino dell’Italia è qualcosa di più grande dei destini personali. O la politica recupera questa sua nobile e antica missione o avrà nuovamente fallito. E se è vero che il futuro ha un cuore antico, è proprio al coraggio ed alla lungimiranze delle grandi storie del passato, spesso tirate in ballo per qualche tweet o intervista ad effetto, che bisogna ispirarsi per non aver paura di sognare l’Italia del domani.

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