Perché i dirigenti politici non sono più come quelli di una volta

Politica
Da-Moro-a-Berlinguer

Non mi piace l’atteggiamento ipocrita di esponenti della Chiesa o del giornalismo che criticano l’attuale selezione del ceto politico: loro pensano di non avere responsabilità?

Dal cardinale Vallini a Bianca Berlinguer tutti chiedono che si “torni” a selezionare classe dirigente di qualità perché quella attuale non sarebbe all’altezza e molti pensano che questo compito spetti ai partiti politici.

Accettiamo pure che il decadimento della qualità ci sia. Ma se le cose accadono, in primo luogo ne vanno comprese le cause e le ragioni. E farebbe piacere che esponenti di settori non proprio estranei alla formazione delle opinioni e delle coscienze (la Chiesa cattolica da un lato e il giornalismo televisivo dall’atro) collaborassero a questa comprensione. Ci dicessero, per esempio, se loro si ritengono del tutto estranei e incolpevoli. Insomma a Roma o anche in Lombardia la Chiesa cattolica proprio non c’entra niente con certi comportamenti di uomini politici che apertamente fanno riferimento al loro essere cattolici? E se gli esponenti politici vivono sempre più di spettacolarizzazione, di frasi ad effetto, di visibilità mediatica chi vive di televisione è davvero del tutto innocente?

Se si dice “tornare” e non “trovare il modo adatto alla nostra società”, si intende che un modo efficace di selezione esistesse. Questa nostalgia dei partiti d’antan non mi convince. Anche perché poi sotto sotto sembra essere indirizzata quasi esclusivamente al modello organizzativo del vecchio Pci: una sezione ogni campanile, apparato numeroso, centralismo, disciplina e dedizione, controllo diretto e indiretto delle grandi associazioni di massa e del movimento cooperativo, rigida selezione dei candidati da parte degli organismi dirigenti, dominio del partito sugli eletti a tutti i livelli e, non dimentichiamolo, consistenti risorse a disposizione.

Il partito di cui oggi si ha nostalgia aveva non solo notevoli risorse economiche e ma anche e soprattutto potere, controllava centri di spesa e di assunzione. Non lasciava a casa nessuno di quelli che erano stati “reclutati”. A volte il promoveatur ut amoveatur rappresentava persino un beneficio economico e di qualità di vita: abbandonate le ambizioni di carriera politica si otteneva reddito e stabilità. È vero, spesso dava buoni frutti, ma ha lasciato pesanti eredità nelle finanze pubbliche e gravi distorsioni nei comportamenti amministrativi. Un ragionamento differente che arriva a conclusioni analoghe potrebbe essere fatto anche per gli altri partiti della cosiddetta Prima Repubblica che pure avevano forme organizzative diverse. Ma a loro sembra toccare la damnatio memoriae.

Ma sono proprio quei partiti e il loro modo di selezionare la classe dirigente che ha prodotto la situazione attuale, ritenuta non all’altezza. La crisi della fine degli anni Ottanta non è un inciampo ma l’esito inevitabile. È importante mettere a fuoco quanto sia cambiata la società italiana non solo dal ’45 ma anche dal ’92. Quanto è diverso nel nostro tempo affermarsi nell’attività politica. Quanto siano diverse le arene che la vita propone per metterci alla prova. Lasciamo da parte i momenti eroici della guerra e dell’antifascismo o quelli importanti delle lotte operaie e dei movimenti sociali.

Oggi saper organizzare la rappresentanza richiede sempre maggiori competenze specialistiche ma chi le ha preferisce (gli conviene) venderle sul mercato piuttosto che regalarle senza nessuna certezza di averne dei ritorni tangibili o intangibili. Oggi, le risorse economiche e di potere che c’erano un tempo non ci sono più. Per fortuna i controlli sono aumentati e l’autonomia gestionale è diminuita. Impegnarsi nei partiti non dà status e anzi espone a critiche. Non resta che ambire a cariche pubbliche, ma anche questi ruoli sono spesso sottopagati, esposti a rischi: la responsabilità oggettiva è sempre in agguato. In queste condizioni è sempre più difficile che fare politica attragga persone in gamba: si guadagna poco e, se si è bravi, certamente meno di quanto il mercato è disposto a offrire. Vorrei vedere quanti giornalisti accetterebbero i ruoli che criticano. Se qualcuno l’ha fatto è per essere eletto al Senato o al Parlamento europeo. 

Quindi dalla politica ma anche dalle cariche elettive vengono attratti o coloro i quali non riescono a entrare nel mercato del lavoro in modo soddisfacente (molto spesso assai spregiudicati) o coloro che possono togliersi la soddisfazione di dedicarsi alla politica: persone economicamente solide o a fine carriera (chirurghi cinquantenni o avvocati sessantenni di successo intrigati dalla sfida di fare il sindaco nella loro città). Oppure quegli impieghi pubblici che permettono l’aspettativa. L’ipotesi di una porta girevole, di un impegno a tempo, di un passaggio provvisorio tra lavoro e impegno politico amministrativo, è pura fantasia e lo sanno bene le organizzazioni sindacali che devono affrontare il problema, spesso drammatico, del rientro al lavoro dei loro operatori dopo anni di distacco.

Perciò il lamento circa il decadimento della classe politica fatto da ultimi da un cardinale e da una direttrice di Tg Rai, mi pare quanto meno superficiale se non ipocrita. E sorprende che la forza della critica ai partiti che ha accelerato la loro crisi si sia trasformata oggi in altrettanto forte e inconcludente nostalgia.

A patto che non si pensi a un sistema senza partiti e senza rappresentanza, con una tecnocrazia di magistrati e commissari che sostituisca gli eletti, sarebbe il caso di cominciare a dire come dovrebbe funzionare questo benedetto meccanismo di reclutamento. Prendendo atto che esso non potrà che selezionare le persone “reali”, quelle che ci sono oggi in Italia e per quegli incarichi che le istituzioni offrono oggi. Se si vuole la selezione ci vogliono soggetti e meccanismi che la facciano. Sono le primarie o i caminetti dei padroni delle tessere/preferenze? E con quali risorse dovranno operare questi partiti, solo private o anche, in qualche forma, pubbliche? Le cariche pubbliche quanto vanno retribuite, pagarle poco non creerà gli stessi problemi delle gare al massimo ribasso? Quando si parla di “politici di professione” si pensa a qualcosa di temporaneo e provvisorio o a una vera e propria carriera? Non c’è il rischio che questa diventi una tecnocrazia para-statale che ricadrà nei vizi della cooptazione oligarchica e segnerà l’affermazione di una diversa forma di tecnocrazia? Le primarie possono essere un modo per reclutare personalità che emergono nella società ma i partiti dovrebbero accettare di svolgere il ruolo di organizzatori delle selezioni e non quello di competitori diretti.

Coloro i quali contribuiscono a formare l’opinione delle persone (media, accademici ma anche la chiesa cattolica) dovrebbero contribuire responsabilmente a questa difficile messa a punto cercando di valorizzare i politici onesti e ridando status positivo alla politica. Che oggi spesso non ci piaccia non significa che non ci serva. E nei partiti (Pd in testa) sarebbe il caso si cominciasse a cercare di proporre qualcosa su cui cominciare a ragionare e sperimentare.

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