Perché dico sì alla guerra contro i fascisti dell’Isis

Dal giornale
epa04930288 Hilary Benn, newly appointed Shadow Foreign Secretary, in London, Britain, 14 September 2015. Corbyn was elected Labour party leader on 12 September and appointed his shadow cabinet before attending debates in the House of Commons.  EPA/WILL OLIVER

Mercoledì scorso, intervenendo ai Comuni, Hilary Benn, ministro degli Esteri del governo ombra di Jeremy Corbyn, ha tenuto un discorso per spiegare il suo sì, in dissenso dalla posizione di Jeremy Corbyn, alla mozione del governo Cameron sui raid aerei. Ecco il testo.

Signor Presidente, abbiamo avuto un dibattito intenso e appassionato. Ed è un bene che sia stato così: Daesh rappresenta una minaccia chiara e attuale; grave è la decisione che sta sulle spalle e la coscienza di ciascuno di noi; stasera dalle nostre scelte dipende la vita di non poche persone.

Qualsiasi decisione prenderemo, spero che sapremo trattarci l’un l’altro con rispetto.

Abbiamo ascoltato numerosi discorsi notevoli e purtroppo il tempo non mi permette di citarli tutti. (…) La questione che ci sta di fronte, in un conflitto molto, molto complesso, è per l’essenziale molto semplice. Cosa dovremmo fare insieme ad altri per affrontare questa minaccia gravante sui nostri cittadini, la nostra nazione, le altre nazioni e le persone che soffrono sotto il giogo, il crudele giogo, di Daesh?

Il massacro di Parigi ha portato nelle nostre case un pericolo chiaro e attuale, che dobbiamo affrontare. La stessa cosa sarebbe ben potuta avvenire, e ancora potrebbe avvenire, a Londra, Glasgow, Leeds o Birmingham. Io credo che abbiamo il dovere morale e pratico di estendere alla Siria l’azione che già stiamo conducendo in Iraq. E voglio essere chiaro coi miei colleghi: se andiamo in questa direzione ci muoviamo in linea con le condizioni poste nella risoluzione approvata a settembre durante il congresso del Labour.

Abbiamo ora la risoluzione 2249 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu: un atto chiaro, senza ambiguità. Il cui paragrafo 5 chiede in maniera specifica agli Stati membri di adottare tutte le misure necessarie a raddoppiare e a coordinare i loro sforzi per impedire atti terroristici dell’Isis, e per sradicare la sicura base territoriale che l’Isis ha stabilito in parti significative dell’Iraq e della Siria.

Pertanto le Nazioni Unite stanno chiedendoci di fare qualcosa. Stanno chiedendoci di fare qualcosa adesso. Stanno chiedendoci di agire in Siria così come stiamo agendo in Iraq.

Fu un governo laburista a contribuire alla fondazione delle Nazioni Unite alla fine della seconda guerra mondiale. Perché lo facemmo?

Perché volevamo che le nazioni del mondo, lavorando insieme, affrontassero le minacce alla pace e alla sicurezza internazionali. Daesh è indubitabilmente una minaccia di questo tipo. Così, dato che le Nazioni Unite hanno approvato questa risoluzione, dato che tale azione è conforme alla legge ai sensi dell’articolo 51 dello Statuto dell’Onu – perché ogni Stato ha il diritto di difendersi -, perché non dovremmo sostenere la volontà esplicita delle Nazioni Unite, in particolare quando ciò corrispondente a una richiesta proveniente da più parti del Medio Oriente, Iraq incluso. Siamo membri di una coalizione di oltre 60 Paesi, che stando spalla a spalla si oppongono all’ideologia e alla brutalità di Daesh.

Signor Presidente, tutti noi comprendiamo l’importanza di porre fine alla guerra civile siriana e ora stiamo vedendo qualche progresso del piano di pace grazie ai colloqui di Vienna, che sono la nostra migliore speranza di arrivare a un cessate il fuoco che porrebbe un termine ai bombardamenti di Assad e porterebbe a un governo di transizione e ad elezioni.

Perché questo è vitale? Perché contribuirà alla sconfitta di Daesh e perché consentirà a milioni di siriani, costretti a fuggire, di fare ciò che tutti i rifugiati sognano di fare: tornare a casa.

Signor Presidente, nessuno dei presenti in quest’aula dubita che Daesh sia un minaccia seria, mortale, anche se talvolta facciamo fatica a fare i conti con la realtà.

Sappiamo che a giugno quattro ragazzi hanno fatto saltare il quinto piano di un edificio nella città siriana di Deir ez-Zor.

Sappiamo che ad agosto l’ottantaduenne direttore delle sito archeologico di Palmira, il professor Khaled al-Assad, è stato decapitato, e che il suo corpo senza testa è stato appeso a un semaforo.

E sappiamo che nelle settimane scorse sono state scoperte delle fosse comuni a Sinjar, in una delle quali sono stati trovati i corpi delle donne yazide più anziane assassinate da Daesh perché ritenute troppo vecchie per essere vendute a scopo sessuale.

Sappiamo che hanno ucciso 30 turisti britannici in Tunisia, 224 vacanzieri russi su un aereo, 178 persone in attentati-kamikaze a Beirut, Ankara e Suruc. 130 persone a Parigi tra cui i giovani presenti al Batclan di cui Daesh ha detto – in un tentativo di giustificare il proprio atto sanguinoso – che erano “apostati dediti alla prostituzione e al vizio”.

Se quello che è avvenuto a Parigi fosse avvenuto qui a Londra, a morire avrebbero potuto essere i nostri bambini. Sappiamo, oltretutto, che stanno progettando altri attentati.

Pertanto la questione per ciascuno di noi – e per la nostra sicurezza nazionale – è questa: dato che sappiamo quello che stanno facendo, davvero possiamo metterci da una parte e rifiutare di agire pienamente per autodifesa contro coloro che stanno pianificando questi attentati?

Davvero possiamo lasciare ad altri la responsabilità di difendere la nostra sicurezza nazionale quando è nostro dovere farlo? E se non agiamo, quale messaggio mandiamo circa la nostra solidarietà con quei Paesi che hanno così tanto sofferto, inclusi l’Iraq e la Francia che è un nostro alleato? La Francia vuole che stiamo al suo fianco e il Presidente Hollande – leader del partito socialista nostro fratello – ci ha chiesto assistenza e aiuto. E dal momento che stiamo compiendo raid aerei in Iraq dove la presa di Daesh è stata ridotta, dal momento che stiamo già facendo tutto tranne che impegnarci in raid aerei in Siria, perché non dovremmo fare la nostra parte fino in fondo? Si è sostenuto nel dibattito che i raid aerei non raggiungono nessun risultato. Non è così. Basti pensare a com’è stata fermata in Iraq l’avanzata di Daesh.

Questa Camera ricorderà che, 14 mesi fa, si diceva: “sono quasi alle porte di Baghdad”. E fu per questo motivo che votammo per rispondere positivamente alla richiesta del governo iracheno di aiutarlo a sconfiggerli.

Guardate come la loro capacità militare e la loro libertà di movimento è stata messa sotto pressione. Chiedete ai Curdi di Sinjar e di Kobane.

Ovviamente, i raid aerei da soli non sconfiggeranno Daesh, ma fanno la differenza. Perché danno filo da torcere all’Isis e fanno sì che incontri più difficoltà nell’espandere il territorio sotto il suo controllo.

Io faccio mie le preoccupazioni espresse qui per il rischio che i raid aerei producano vittime civili. Tuttavia, diversamente da Daesh, nessuno di noi oggi agisce con l’intento di colpire la popolazione civile. Al contrario, agiamo per proteggere i civili da Daesh, che prende di mira persone innocenti.

Sul tema dell’invio di truppe di terra per sconfiggere Daesh, c’è stato molto dibattito sulla possibilità di disporre in loco di 70mila persone e il governo deve, penso, spiegarsi meglio su questo punto. Ma sappiamo che la maggior parte delle truppe sul terreno è attualmente impegnata a combattere il presidente Assad. Ma vi dirò cos’altro sappiamo. Sappiamo che qualsiasi sia il numero – 70mila, 40mila, 80mila – tanto più sconfiggere Daesh sarà difficile quanto più tarderemo ad agire.

Per questo, signor Presidente, suggerire che i raid aerei non dovrebbero aver luogo finché non sarà finita la guerra civile siriana significa, penso, non comprendere l’urgenza della minaccia terroristica che Daesh pone a noi e ad altri Paesi, e penso che significhi non comprendere la natura e gli obiettivi dell’estensione dei raid aerei che viene proposta.

Certamente dovremmo agire. Ciò non è in contraddizione con la scelta di tagliare l’appoggio che arriva Daesh sotto forma di denaro, combattenti e armamenti. Ovviamente dovremmo dare aiuto umanitario, e ovviamente dovremmo offrire accoglienza a un numero maggiore di rifugiati anche in questo Paese e, sì, dovremmo impegnarci a fare la nostra parte fino in fondo nella ricostruzione della Siria quando la guerra sarà finita.

Capisco che ci sono argomenti legittimi, e li abbiamo ascoltati nel dibattito, per non agire in questa forma adesso. Ed è anche chiaro che molti deputati hanno avuto dubbi laceranti, e ne avranno finché non voteremo, su cosa sia giusto fare.

Ma io dico che la minaccia è adesso, e che raramente, forse mai, ci sono circostanze ideali per il dispiegamento della forza militare. Abbiamo sentito prima una potente testimonianza del deputato di Eddisbury quando si è espresso in tal senso, e io, semplicemente, voglio leggere ciò che ha detto la scorsa settimana Karwam Jamal Tahir, l’alto rappresentante a Londra del governo regionale del Kurdistan: “Nel giugno scorso, Daesh ha conquistato repentinamente un terzo dell’Iraq e pochi mesi dopo ha attaccato la regione del Kurdistan. I raid aerei di Gran Bretagna, America e Francia, e le azioni dei nostri Peshmerga, ci hanno salvato. Abbiamo adesso un confine di 650 miglia con Daesh. Li abbiamo respinti e di recente abbiamo riconquistato Sinjar. Ancora una volta, i raid aerei occidentali sono stati vitali. Ma il vecchio confine tra Iraq e Siria non esiste più. I combattenti di Daesh vanno e vengono attraverso questo confine immaginario”. E questo, signor Presidente, è l’argomento per trattar i due Paesi come se fossero un solo Paese, se vogliamo seriamente sconfiggere Daesh.

Signor Presidente, ora spero che questa Camera mi perdonerà se rivolgerò le considerazioni conclusive del mio intervento ai miei colleghi laburisti.

Come partito, siamo sempre stati definiti dal nostro internazionalismo. Crediamo che abbiamo delle responsabilità gli uni verso gli altri. Non ci siamo mai girati dall’altra parte, e non dovremmo cominciare adesso a farlo.

Di fronte a noi abbiamo adesso dei fascisti. Non solamente la loro calcolata brutalità, ma la loro convinzione di essere superiori a tutti i deputati di questa Camera e a tutti i cittadini che noi rappresentiamo. Ci disprezzano. Disprezzano i nostri valori. Disprezzano il fatto che crediamo nella tolleranza e nel rispetto per gli altri. Disprezzano la nostra democrazia, che è il modo con cui stiamo per prendere una decisione in quest’aula.

E ciò che sappiamo dei fascisti è che devono essere sconfitti. Fu per questo motivo , come abbiamo sentito stasera, che socialisti, sindacalisti e altre persone si arruolarono nelle Brigate Internazionali negli anni 30 per combattere contro Franco. Fu per questo motivo che quest’aula, tutta insieme, disse no ad Hitler e a Mussolini. Fu per questo motivo che il nostro partito si è sempre battuto contro la negazione dei diritti umani e per la giustizia. E la mia opinione, Signor Presidente, è che ora dovremmo opporci a questo male chiamato Daesh. Ora è il momento di fare la nostra parte in Siria. Ecco perché chiedo ai miei colleghi di votare sì alla mozione favorevole ai raid aerei.

 

Traduzione di Dario Parrini

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