Perché D’Alema sbaglia

Referendum
d'alema ulivo

Si fa molta fatica a riconoscere quel leader e quell’uomo di partito negli argomenti e nei toni che D’Alema sta utilizzando nella sua battaglia per il NO al referendum

«La politica, quella vera, è coraggio di scegliere. E’ coraggio di assumersi responsabilità esplicite di fronte agli italiani, di fronte ai loro problemi». Sono parole pronunciate da Massimo D’Alema, allora segretario del Pds, nel gennaio 1995 di fronte al Parlamento. Era quello il D’Alema che piacque a tanta parte della sinistra e dell’elettorato: il leader riformatore che non temeva di mettere in discussione le sue e le nostre consuetudini per affrontare di petto l’urgenza di una riforma dello Stato, delle politiche di welfare e del lavoro. L’uomo di partito che di fronte alla marea dell’antipolitica, allora molto meno minacciosa di quella che dobbiamo fronteggiare oggi, esaltava una politica la cui nobiltà si misurava dalla capacità di risolvere problemi e di porsi al di sopra delle vicissitudini personali.

Per questo oggi si fa molta fatica a riconoscere quel leader e quell’uomo di partito negli argomenti e nei toni che D’Alema sta utilizzando nella sua battaglia per il NO al referendum. Al di là della disputa su coerenza o incoerenza, giova ricordare che i leader sono tali perché rappresentano il simbolo delle idee e dei metodi che hanno incarnato. Simboli, idee e metodi che essi hanno il dovere di custodire per il passato e per il futuro, nonostante gli alti e bassi di una lotta politica quotidiana in cui capita naturalmente di darne e di prenderne. «Per sottrarci a qualsiasi tentazione di guerra con il passato – come scrive acutamente Paolo Mieli nel suo libro appena uscito – giova guardare a esso con una qualche auto-imposizione di una buona dose di imperturbabilità». Il dubbio, o qualcosa di più, è che la guerra personale di D’Alema con il proprio passato abbia ormai travalicato i confini della lotta politica e della imperturbabilità.

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