Perché colpiscono la Francia (cioè anche noi)

Terrorismo
epa05425862 Republican guards of the Elysee presidential Palace sets the French flag at half-mast at the Elysee Palace in Paris, 15 July 2016. French government announce a three days of national mourning after the attack in Nice. According to reports, at least 80 people died and many were wounded after a truck drove into the crowd on the famous Promenade des Anglais during celebrations of Bastille Day in Nice, late 14 July. Anti-terrorism police took over the investigation in the incident, media added.  EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON

Un Paese alle corde che rischia davvero

Va un’altra volta al tappeto, la Francia. La terza, dopo Charlie Hebdò e la notte del Bataclan: dopo Parigi, Nizza. Strage spaventosa, su quella Promenade des Anglais celeberrima, da sempre meta di turisti, teatro di una festa come quella del 14 luglio, una interminabile strada lungo il mare punteggiata da ritrovi e negozi di tutti i tipi. Un criminale franco-tunisino ha ammazzato 84 persone, massacrato bambini. I maledetti festeggiano.

Perché proprio la Francia? Perché la follia islamista concentra in Francia il suo odio? Perché le viscere di questi assassini si scaricano sulla Francia?

Gli analisti spiegano che questo è il punto più debole della vecchia Europa, sotto l’aspetto dell’intelligence, dei controlli, della permeabilità ai focolai di odio islamista. La sicurezza in Francia non è garantita. Colpa dei governanti, sicuramente, ai quali pure in queste ore non può mancare solidarietà e collaborazione da parte degli altri Paesi.

Ma ci deve essere qualche ragione più specifica per spiegare perché i criminali hanno scelto la Francia come target.

È come se un mondo – frange del mondo musulmano – si rivoltasse contro i dominatori di un tempo ma anche contro chi da decenni ha aperto le porte dell’accoglienza e le menti al gusto per la libertà e la democrazia. Anzi, questo secondo è il punto vero: attaccano la libertà, dunque la patria dei lumi.

Quale che siano le spiegazioni, è un dato di fatto che oggi la Francia è alle corde. Tutto, persino lo sport (dalla sconfitta agli Europei a Parigi, alle tragicomiche peripezie del Tour), congiura contro la Francia: se il più grande osservatore italiano di cose francesi, Bernardo Valli, sostiene che siamo davanti “ad una provocazione per scatenare una guerra civile” c’è da tremare. Guerra civile? E fra chi e chi? Fra “francesi” e “immigrati”? Fra musulmani e lepenisti? Non sappiamo dire, ora.

Quello che sappiamo è che tutto è possibile. Anche che il sistema politico francese, finora uno dei più solidi al mondo, subisca qualche cedimento.

Le forze politiche democratiche sono deboli: i socialisti del presidente più sfortunato della lunga storia francese, Francois Hollande, hanno un’evidente difficoltà a trovare un nuovo e credibile bandolo della matassa e il primo ministro Valls rischia di essere anch’egli travolto; e vedremo se il ministro dell’economia Macron, sotto la coltre di un certo piglio decisionista, esibirà idee giuste per uscire dalla crisi.

I gollisti sono ridotti a sperare nel consumatissimo Alain Juppè, comunque meglio di Sarkozy. L’estrema sinistra è il solito pulviscolo minoritario, sempre “out”.

Resta, purtroppo, Marine Le Pen, la quale – inutile dirlo – nuota nell’acqua della paura seminata dagli assassini e rilancerà la suggestione della guerra all’Islam per evitare la “soumission” così abilmente evocata dal romanzo di Houellbecq.

C’è davvero da temere per questo grande Paese che ha illuminato, è il caso di dire, la civiltà della nostra Europa. E dunque, temere per la Francia significa anche temere per noi, per l’Italia. Quel maledetto camion lanciato sulla Promenade des Anglais come una bomba era anche accecato d’odio contro di noi.

Per questo è giusto dire che oggi siamo tutti francesi.

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