Perché Blair sbaglia su Corbyn

Gran Bretagna
epa04646660 Former British prime minister Tony Blair listens to Vietnamese Minister for planning and investments Bui Quang Vinh (not pictured) during talks at a workshop about the economy in Hanoi, Vietnam, 04 March 2015. Blair expressed his hope that the Vietnamese government will make it easier for British enterprises to intensify investments in  Vietnam.  EPA/DUC THANH

Il leader del New Labour dimentica la sua vecchia lezione: il riformismo si basa sugli strumenti disponibili oggi, non ieri

In questi giorni leggendo anche di sfuggita i giornali britannici e quel che trapela sui giornali nazionali italiani l’interesse per l’imminente primaria per la scelta della leadership del Labour è tutta dovuta alla vittoria probabile di un outsider, Jeremy Corbyn.

Questo interesse è dovuto certamente al fatto che Corbyn, esponente dell’ala più dura del socialismo inglese, è sostenitore di una rinazionalizzazione di molti settori dell’economia britannica e di una svolta nelle relazioni internazionali come l’uscita della Gran Bretagna dalla Nato. Subito è stato considerato da molti – in patria come in Italia – come una insulsa svolta ad un passato che ancora non passa. Questa è naturalmente una possibile spiegazione, e per certi versi anche una spiegazione sufficiente, ma – specialmente leggendo l’accorato appello di Tony Blair o di alcuni altri candidati che si sono ufficialmente schierati per la strategia ABC, Anyone But Corbyn – appare anche come una fuga da alcune responsabilità ideologiche.

È evidente da almeno 7 anni che la recessione in cui versa l’Eurozona non è più sostenibile con le sole ricette del rigore, si può averle sostenute per un certo periodo legittimamente, ma quando i tagli divengono macelleria sociale, una forza di sinistra deve dire “basta” e non solo “un po’ meno grazie”. Ecco che le recenti performance elettorali di Syriza (25% nelle urne, oggi oltre il 40% nei sondaggi) in Grecia o la forza innovativa di Podemos (attorno al 10% nei sondaggi e dirimente del progressivo spostamento a sinistra del Psoe) trovano spiegazione nell’andamento dell’Eurozona sotto la “tirannia” tedesca.

Ma allora la Gran Bretagna con la sua sterlina? Perché la sinistra inglese dovrebbe combattere contro l’austerity e per un miglioramento dei servizi essenziali come – per esempio – i trasporti pubblici? Perché anche in un paese dove non si è sentita la crisi come nel resto del continente, che ha visto performance economiche negli ultimi anni che anche la Germania invidia, ha visto contemporaneamente aumentare le diseguaglianze, la torta è cresciuta, ma le fette sono sempre più ineguali eppure tutti hanno partecipato a quella crescita. Ci sono CEO che prendono in un anno 1500 volte il salario medio inglese.

Si dirà che è il mercato, ma, se l’unico a parlare di equità sociale e di centralità della persona è un leader religioso sudamericano, e partiti, che sono nati nell’alveo del sindacalismo e del movimento operaio, si zittiscono o al massimo balbettano, allora è chiaro che quei partiti smettono di essere attraenti per intere categorie di votanti, come Milliband ha potuto sperimentare sulla sua pelle.

Leggendo i dati dei collegi, il crollo del Labour è dovuto sia alla defezione della Scozia sia alla crescita – minimale ma sufficiente – del consenso dei Green in molti collegi “swinging” ma tendenzialmente “rossi”, cioè il tipo di offerta elettorale che Corbyn sta provando ad intercettare: il famoso elettore deluso. I peana contro questo vecchio parlamentare bennista di Londra sono a mio avviso ingiustificati non per la critica nel merito (tutte le posizioni sono discutibili) ma perché si vuole sostituire un dogmatismo con un altro.

Blair, a mio avviso, dimentica la lezione di Blair cioè che il riformismo è prendere gli strumenti utili dell’oggi, non di ieri e oggi la situazione è molto diversa dagli anni ’90 in cui il fondatore del New Labour ha potuto iniziare la propria importante esperienza di governo. Una lezione valida anche per il Pd?

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