Perché aveva ragione Occhetto

Pci
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Accusato di leggerezza nel cambio di rotta, restituisce impianto e cultura che quella virata avevano reso possibile

Di norma associamo un leader alla stagione che lo ha visto protagonista. Più di rado a una singola scelta o discorso che lo proietta nel tempo. Achille Occhetto per oltre un quarto di secolo è stato l’uomo della Svolta, il segretario che sull’onda dell’89 e della caduta del Muro ha guidato il Pci al superamento di sé gettando le basi di un’altra sinistra nell’Italia di fine secolo. Viene spontaneo pensare che alla luce dell’impatto il destino politico dell’uomo non poteva essere diverso.

Di quella svolta si è scavata anche l’anima. Libri, articoli, film, e prima d’ogni altra cosa il sentimento di una comunità che discusse, lottò, si scisse, in un biennio destinato a scuotere certezze tra chi la rottura sostenne o vi si oppose. Persuasi i primi che la via fosse abbrancare una storia lanciata in corsa, perplessi gli altri sull’idea che annullava un passato non archiviabile a quel modo. Venticinque anni, quasi ventisei, sono molti. Coprono un paio di generazioni. In questo tempo l’ultimo segretario comunista è stato interamente racchiuso nel contorno dell’e ve n to. Quasi a significare che nulla di quella pagina si sarebbe più potuto concepire ignorando la figura che la scrisse, e per converso scarso senso avrebbe avuto da lì in avanti misurarsi con la figura di Occhetto fuori dai confini del suo gesto.

Ecco perché la lettura della sua lunga, bella conversazione con Carlo Ruta (L’Utopia del possibile, edizioni di storia e studi sociali) è un compito prezioso tanto più se misurato al confronto in uso negli studi della tivù. Lo è meno per quanto di originale si possa scoprire sui tre anni formidabili che traghettarono il vecchio partito, monco del ramo Rifondazione, sotto l’ombra della Quercia. Bene o male di quelle vicende, persino dell’iconografia, si conoscono scena e retropalco. Il pomeriggio coi partigiani, le reazioni dei grandi vecchi, i cinque giorni (dicasi cinque!) del Comitato Centrale che definì le parti. E poi le lacrime sul palco, l’abbraccio con Ingrao, quella magia per immagini voluta da Veltroni e commentata da Morricone.

Per chi c’era è memoria viva. Chi è venuto dopo avrà accesso ai fatti ma faticherà a penetrare le emozioni. Dicevo però che il dato prezioso del dialogo tra Ruta e Occhetto (per inciso, la serietà delle risposte credo sia in parte debitrice al rigore delle domande) non è nel triennio infuocato della costituente del nuovo soggetto. Sta nel prima. E nel dopo. Che detta così è detta male, ma intendo che i capitoli più intriganti sono il percorso che la svolta precede, percorso lungo se misurato col metro di stagioni e temi. E negli anni prossimi a noi col peso di questioni spesso rimandate e non sempre risolte.

Il Pci e Berlinguer, il respiro della storia

La sequenza dei titoli non rende l’idea, ma almeno cogli il respiro. Dalla formazione in una casa attrezzata di cultura e senso civico alla grandezza di Gramsci. Poi il tirocinio nella gioventù comunista e l’incontro con Berlinguer, da lì la Sicilia, lo schiaffo a Ciancimino, la frequentazione di Sciascia, la corsa nel dolore a salutare Pio La Torre. Sullo sfondo il partito, quel partito, nella trincea politica e organizzativa, l’impaccio verso i movimenti ma la lucidità di Longo che un’avanguardia studentesca vogliosa di rivoluzione sa come intrattenere sulle tecniche di guerriglia ed è la competenza a renderlo autorevole nella spiega che quello (siamo al ’68) è tempo di politica, non di armi. Il decennio che segue coincide con l’epopea berlingueriana, grandi scosse nelle urne, la Nato come ombrello, cresce la freddezza verso i sovietici e la democrazia si proclama valore universale. Non si sciolgono nodi intricati che solo il «secolo breve» taglierà con cesura netta, ma il solco pare tracciato.

Con una grande forza proiettata nella sfera di governo – e non si possono avere dubbi che la solidarietà nazionale avvicinerà come mai dopo il ’47 i comunisti a una responsabilità nel potere nazionale – proprio quando il declino della prospettiva storica si manifesta nella sua profondità. L’ultimo Berlinguer – quello che subisce l’agonia di Moro, la frattura di Craxi e sposa l’alternativa dopo l’Irpinia – non è, come suggerito da alcuni, l’uomo della deriva settaria. Il moralista condannato a chiudere il partito nella testimonianza, tra missili e diritti umani, nuove differenze e suggestioni che esplorano il sentiero aperto all’Eliseo nel segno dell’austerità. Nella lettura di Occhetto anche quel Berlinguer è espressione di vitalità e pensiero. E il nostro ne risente trovando lì qualche seria radice della decisione che lo consegnerà al cambio di nome, simbolo, identità.

Sono pagine dense. Dove pare a chi legge che la cura nella ricostruzione sia motivare le ragioni che la svolta dell’89 avevano reso non solo necessaria ma possibile. Nel senso di non averla improvvisata, come da più tribune a Occhetto venne rimproverato, ma di averla incubata. Fatta germogliare, seppure al riparo di una serra e senza che da fuori trasparisse il punto di caduta in qualche misura obbligato. In questo vi è forse una punta di partigianeria e comunque colpisce che si reclami un legame, fosse anche di pura logica, tra l’appello maturo del XVIII congresso (siamo a primavera dell’89) per un «Nuovo Pci» e il balzo più brusco del novembre successivo.

Così come fa pensare l’apertura di un cassetto lontano – è la campagna pro divorzio del ’74 – quando a margine di un discorso in Sicilia, Berlinguer interpella Occhetto circa l’ipotesi di un cambio del nome. E si riflette non già sull’episodio al quale sarebbe improprio assegnare un valore che ovviamente non ha, ma sulla discrezione di chi non pensò di utilizzarlo a fini di referenza nella scelta assunta un quindicennio dopo.

Ha salvato un patrimonio dall’estinzione

Si parva licet, ecco un suggerimento valido per l’og gi. Ora, perché colpisce questa spinta di un leader che nulla ha da chiedere ai politici attuali di collocare in forma compiuta la sua parabola di uomo del mutamento? Al fondo se vale la premessa, Occhetto è stato depositario del valore che ha messo in sicurezza un patrimonio preservandolo dall’estinzione toccata ad altri. Quello ha fatto e guai a chi lo nega. E allora perché prendersi briga di ricostruire, pezzo a pezzo, un percorso frastagliato ma che ha avuto merito di trovare sbocco nell’atto trasferito in tempo reale dalla cronaca alla storia? È solo questione di orgoglio verso una biografia che come per tutti va letta dal principio? O il modo per riscattare – e dio solo sa se non appaia giusto – quel tanto di aristocrazia senza nobiltà che per anni, e in fondo quasi da subito, ha cercato di delegittimare l’uomo tenendosene l’intuizione? Per il poco che vale a me piace pensare che il dialogo possa piegarsi a una matrice diversa. Che sta nel valore della memoria non come deposito di aneddotica. Piuttosto come tragitto lungo sentieri solo accennati eppure necessari al cammino.

In fondo Occhetto non dice che l’idea della svolta era presente in lui da molto prima che si compisse l’a t to di guidarla. Dice una cosa diversa e più vitale. Che senza i tracciati e le semine venute in precedenza, senza i capisaldi di una formazione classica ma curiosa, senza quel tanto di eresia che la chiesa comunista, almeno in Italia, non aveva relegato nelle segrete, la sua intuizione e decisione in quell’89 non avrebbe potuto compiersi. O comunque non avrebbe avuto quell’impronta. E in questo riconoscere le ragioni di prima vi è anche la forza dell’evento consumato sotto riflettori accesi e sull’onda di una storia che sottraeva alibi al rinvio.

Oggi? Un partito non è una fonderia

E così vengo al punto che forse lega – ma il giudizio è davvero solo mio – la nostra cronaca e le riflessioni a chiusura del dialogo tutte intrise della politica da farsi. Perché c’è un contrasto palese se compariamo gli anni della Bolognina e la nascita del Pd. In fondo citiamo le più grandi intuizioni a sinistra degli ultimi cinquant’anni. Eppure tra le due stagioni, tra i due eventi, non c’è par tita.

Di là – l’ho ricordato – passioni impastate a rabbia, confronti senza termine in un trasporto collettivo che da un punto sarebbe comunque approdato a qualcosa di originale e diverso. Insomma, di là un popolo in cammino.

E di qua? Di qua un progetto piantato a compimento di un secolo: unificare, fondere, le tradizioni migliori del riformismo italiano, cattolica e socialista, ambientalista e laica, comunista, azionista, liberale. Impossibile non applaudire. Ma allora come si spiega lo scarto tra i momenti? Tutta colpa dello spirito del tempo? Della qualità degli attori? Né l’una cosa né l’altra, credo. Più semplicemente (quando gli avverbi sono eufemismi…) di quel grande progetto si sono scavate le fondamenta nella cronaca, sulla contingenza. Lo si è privato delle ragioni ultime, culturali e strategiche, che rendevano il passo non uno tra i leciti, ma il solo in grado di proiettare la sinistra in un tempo diverso, esattamente com’era accaduto un quarto di secolo prima alla riapertura della mai sedata questione tedesca.

Il contrappasso per chi lo criticò

Ecco perché la lettura di Occhetto aiuta. Per l’intere ss e delle vicende tracciate, è indubbio. Ma insieme perché in un gioco di specchi disvela la legge del contrappasso che dovrebbe indurre in parecchi tra noi più di qualche interro gativo.

Lui, il segretario accusato di leggerezza nel cambio di rotta, restituisce impianto e cultura che quella virata avevano reso possibile. Mentre quelli venuti dopo, spesso tra i più convinti nella critica appena detta, hanno proclamato una seconda svolta, persino più eterodossa dell’al – tra, ma con fatica temo saprebbero darne una descrizione capace di scollinare gli eventi e le cronologie che l’hanno scortata, e questo al netto delle buone cose che pure si sono seminate.

L’esito? Credo sia il paesaggio che abbiamo sotto agli occhi. Intendo, nel bene e nel male. Un grande partito, ché tale è, stretto in una morsa tra decaloghi di cose da fare e l’incapacità a convivere nelle differenze, a volte anche meno marcate di quante trafiggevano quel vecchio partito e i suoi omologhi. Sul punto c’è chi accusa le minoranze per non aver tollerato l’irrompere di Renzi e del suo potere. Ho contestato la tesi, non perché quel modello mi appaia convincente, penso anzi che in alcuni aspetti sia regressivo, ma non vi trovo la causa prima della deriva. Tendo piuttosto a credere che noi tutti si stia pagando la fragilità di un soggetto che non può reggersi sulla fusione di metalli diversi. Primo perché un partito non è una fonderia. Secondo perché la fusione in sé non prescrive una forma, un significato, un uso.

Cosa avrebbe dovuto essere il Pd

La realtà è che il Pd avrebbe dovuto essere lo strumento in grado di replicare alla crisi già esplosa della democrazia nelle sue chiavi partecipate. Vasto programma si poteva chiosare, ma di quello si trattava. Di una transizione che non riguardava – si guardi all’agenda dell’Europa tutta – le mestizie del nostro assetto politico-istituzionale con le sue disfunzioni e il riprodursi di sigle improbabili. Quella transizione investiva canali e soggetti della rappresentanza nell’intero Occidente e la legittimazione del potere una volta tramontate categorie classiche, dal consenso dei governati nel segno dell’89 francese al riparo sotto l’ombrello della legalità fino all’affidamento a un capo carismatico.

Sarebbe stata una bella riflessione piantare in profondità le ragioni di un partito nuovo perché attrezzato a misurarsi con la crisi democratica del nuovo millennio e di un’Europa depurata dell’anima che ne aveva segnato il destino per l’intera seconda metà del secolo. Sarebbe stato serio, ma non si è fatto. E nel vuoto o quasi di quella ricerca, ci si è aggrappati a succursali della legittimazione, primarie e gazebo, in un’ansia crescente di promuovere non il meglio ma la fedeltà, non il merito ma l’appartenenza. Col rischio di sciupare una grande intuizione sottratta al controllo e al potere delle persone semplici.

Più o meno così siamo arrivati a ora. Con il Pd a trazione renziana coinvolto dai suoi problemi. Quelli dettati dall’economia, da una mobilità tra classi imballata, da sofferenze sociali che traversano la penisola senza risparmio. Ci sono proposte che si misurano col tutto. Se ne dovrebbe discutere e lo faremo. Ma al netto di questo c’è un punto che riguarda la speranza del progetto di durare nella forma assunta alla nascita. Letto così il passo dei prossimi mesi dirà fin dove le radici hanno attecchito.

Non conviene rimuovere a lungo gli ostacoli

Mi permetto solo di dire, avendo preso spunto da una lettura intensa, che non conviene a lungo rimuovere gli ostacoli. Non si possono esaurire nei mesi i sinonimi della denigrazione e poi sedersi a tavola nel rito delle buone maniere. Insomma, converrebbe che per primo chi è al timone sappia non solo dove vuole attraccare, ma dica una parola sull’equipaggio che cerca di portare con sé.

Ecco, penso che siamo arrivati qui. E per parecchie ragioni conviene dircelo e parlarci in sincerità e rispetto. Quanto a Occhetto, per quanto valga, solo un grazie tardivo perché se siamo quel che siamo è anche opera sua. Che si tratti di colpa o merito, beh questo lo decida lui. A noi resta il compito di immaginare la sinistra del nuovo mondo e pensare che la missione più grande di una classe dirigente non è il primato del potere ma l’eredità che si lascia a chi verrà dopo. Perché sarà su questo che verremo giudicati.

 

 

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