Per vincere il pregiudizio c’è bisogno del contatto

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Non ha senso costruire barriere nemmeno in senso metaforico perché paradossalmente rischiamo di restare intrappolati in una paranoica visione della realtà

Qualche giorno fa ho partecipato a un’intervista via Twitter grazie a SocialCom e tra le varie domande mi è stato chiesto se la mia campagna per il prossimo referendum fosse più fisica o sui social. Non ho avuto alcuna esitazione nel rispondere che è online e off-line, su Twitter e in strada, su Facebook e nelle case delle persone. Proprio nei giorni in cui si analizza l’impatto che i social network e la rete hanno avuto sull’elezione di Donald Trump in Usa, sono convinto che incontrare i cittadini resti una modalità irrinunciabile per fare politica.

Tv, radio e giornali da un lato e web e social media dall’altro si intersecano e si influenzano reciprocamente, contribuendo a formare l’universo da cui attingere informazioni. Allo stesso modo, navigazione in rete e incontro nella vita reale sono due forme utili ad alimentare la partecipazione politica che non si escludono a vicenda, tutt’altro. In diverse occasioni sono state evidenziate le innumerevoli potenzialità del web ma è stato posto anche l’accento sulle sue dinamiche più controverse.

Pensiamo all’esposizione spesso parziale e incompleta delle notizie in quanto fortemente condizionata dagli algoritmi, alla tendenza degli utenti a rinchiudersi in una sorta di tribù virtuali non comunicanti tra di loro che rafforza posizioni o opinioni politiche preesistenti, favorendo la polarizzazione o quello che Cass Sunstein definisce “partyism”. Ancora, la diffusione a cascata di notizie false o inesatte, resa possibile dal “clickbaiting” e il linguaggio dei troll sono soltanto alcuni degli aspetti più discussi della rete.

Ciascuno è diventato fruitore e produttore di informazioni, rendendo la lettura della realtà talmente soggettiva e opinabile da non sentire più la necessità di ricercare la verità ma di costruirsene una propria. A questo proposito, molti hanno riportato la notizia che Oxford Dictionaries ha dichiarato “post- truth”, parola internazionale dell’anno ossia quella che fotografa il 2016, spinta anche dall’uso che ne è stato fatto nel descrivere il referendum nel Regno Unito e le elezioni presidenziali negli Usa.

Il termine è definito come l’aggettivo che è “in relazione o che denota circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nella formazione d el l’opinione pubblica rispetto all’appallarsi all’emozione e alla convinzione personale” come riporta il Guardian.

È davvero così? I fatti non contano più e questo scenario è stato determinato anche dalla rete? Per onestà intellettuale bisogna riconoscere anche i grandi meriti che Internet può vantare sul versante della partecipazione al dibattito pubblico o alla costruzione dell’agenda politica. Basti pensare al fatto che esso sia stato il mezzo che ha dato voce a gruppi emarginati o minoranze di Paesi poco democratici dove magari i media tradizionali sono sottoposti a un controllo ferreo.

Eppure, dietro allo schermo di un pc o di uno smartphone ci sono persone in carne e ossa, persone che sto incontrando nei comitati, per strada, nei negozi. Molti sanno già cosa votare, altri sono indecisi, poco informati oppure disinteressati. Per vincere quella che può assumere i connotati di una vera e propria riluttanza o semplicemente apatia ci può essere solo il contatto umano. A questo proposito, qualche giorno fa mi è capitato di leggere un articolo di Medium dal titolo “How we broke democracy”(di Tobias Rose-Stockwell) in cui si faceva riferimento tra le altre cose, alla teoria dell’ipotesi del contatto formulata da Gordon Allport, secondo la quale il pregiudizio o la diffidenza nei confronti di persone con opinioni o cultura differenti dalle nostre diminuirebbe grazie al contatto prolungato.

Nel l’articolo viene quindi ricordato che spesso sui social accade l’opposto perché gli utenti tendono a fare gruppo con coloro che condividono sostanzialmente la stessa visione del mondo e difficilmente hanno scambi o interazioni con chi la pensa in modo diverso. Si legge inoltre che “a causa di questa mancanza di pluralismo, stiamo perdendo sistematicamente la nostra capacità di empatia” e ancora che “il (fenomeno) precursore della costruzione di muri intorno alle Nazioni è la costruzione di muri intorno alle idee”. Al contrario la cosa più bella della campagna referendaria per me è questo confrontarsi, provare a conoscersi, condividere speranze e desideri ma anche discutere in modo rispettoso, cercare di capire le perplessità dell’altro.

Non ha senso costruire barriere nemmeno in senso metaforico perché paradossalmente rischiamo di restare intrappolati in una paranoica visione della realtà che non corrisponde alla complessità di un mondo dove la diversità è occasione di crescita. La politica è fatta dagli uomini e per gli uomini, agli altri dobbiamo andare incontro per scavalcare il muro dell’indifferenza e rompere il velo della diffidenza.

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