Per una pressione fiscale più equa e leggera

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Le imposte in Italia gravano in modo eccessivo sul lavoro e sulle imprese. Questa distorsione deve essere corretta

Il tema del fisco sta a cuore agli italiani ed è al centro del dibattito politico. È così negli Stati Uniti, dove la destra vuole ridurre le imposte in ogni tornata elettorale, mentre il Partito Democratico cerca di difendere lo Stato Sociale. È così anche in Europa occidentale. Ma in questi paesi la pressione fiscale è quasi il doppio di quella USA e, anche se il dibattito è altrettanto acceso, i termini della questione sono ben diversi.

Con una pressione fiscale intorno al 43% del PIL non possiamo permetterci un’ulteriore espansione della spesa pubblica, ma neanche una rapida e significativa riduzione delle imposte. Ridurre gli sprechi non basta. Ma ciò non significa che la battaglia per un fisco più leggero e più equo sia fuori portata. Ad esempio, se riuscissimo a replicare i risultati ottenuti dalla Germania, un paese che non ha certo uno Stato Sociale più leggero del nostro, potremmo abbassare la pressione fiscale di qualche punto percentuale in rapporto al PIL, pur tenendo conto del maggiore peso degli interessi sul debito pubblico. I maggiori margini di manovra che il governo ha a disposizione riguardano la distribuzione del carico fiscale che, in Italia, è iniqua e gravata da u n’evasione eccessiva.

Ma, allora, cosa occorre fare con maggiore urgenza? Innanzitutto va detto che le imposte in Italia gravano in modo eccessivo sul lavoro e sulle imprese. Questa distorsione deve essere corretta se vogliamo risolvere almeno tre problemi importanti: la bassa partecipazione al lavoro degli italiani, l’estensione dell’economia sommersa e la scarsa competitività delle nostre imprese. Il governo ha quindi fatto bene a varare alcune misure specifiche, come la riduzione delle aliquote effettive sui redditi dei lavoratori dipendenti nella parte bassa della distribuzione (gli 80 euro), gli sgravi contributivi sui neoassunti e il ritocco dell’IRAP.

Gli 80 euro hanno alleggerito la imposte medie pagate di circa 500mila euro a 11 milioni di lavoratori e gli sgravi contributivi hanno aiutato a generare nuovi posti di lavoro. Attendiamo ora che si concretizzino due misure importanti già annunciate: la riduzione dell’IRES, la rimodulazione delle aliquote IRPEF e la limitazione della giungla di deduzioni e detrazioni in dichiarazione IRPEF. La struttura delle aliquote va rivista per ridurre l’imposta marginale effettiva che grava su redditi relativamente modesti ma superiori alla no-tax-area (una classe media di lavoratori dipendenti già molto penalizzata).

La riduzione delle deduzioni e detrazioni consente di rendere più equo e progressivo il profilo delle imposte effettivamente versate in relazione al reddito, recuperando un gettito che potrebbe essere utilizzato per ulteriori e più mirate riduzioni di imposte. Infine, potrebbe essere utile eliminare molte deroghe o eccezioni all’aliquota statutaria dell’IVA per riportare ordine nel settore delle imposte indirette. Secondo i dati OCSE, l’Italia è tra i paesi che ricavano minore gettito IVA in rapp or to all’imp o sizione formale, sia a causa dell’evasione che a causa di esenzioni non sempre giustificate. Tutto ciò è noto a chiunque abbia mai esplorato i difetti del nostro sistema fiscale, sia dal punto di vista dell’efficienza che dell’equità. Perciò stupisce che, periodicamente, siano rispolverate ricette che non portano a nulla su ambedue i versanti del problema. Ad esempio, vi è chi ritiene di poter alleggerire in modo sostanziale l’imposizione sul reddito aumentando le imposte sui “grandi patrimoni” e sulla ricchezza in generale.

Non nego che qualche margine d’intervento sia ancora possibile, ma si dimentica che il gettito che può essere prodotto con queste manovre è del tutto irrisorio rispetto al fabbisogno indicato. Inoltre, dal 2010 a oggi, il gettito che deriva dalle diverse imposte patrimoniali (casa, transazioni finanziarie, bollo, ecc.) è aumentato di circa 15 miliardi (al netto della riduzione dell’abolizione della TASI sulla prima casa). Ciò implica che lo Stato italiano ricava da tali imposte risorse già superiori alla media dei paesi OCSE, anche se inferiori a quelle di paesi che, per tradizione o per la presenza di sistemi federali, hanno imposte molto elevate sugli immobili, come gli USA, il Regno Unito.

A mio parere un’imposta più elevata sugli immobili sarebbe opportuna, ma non è il caso di farsi illusioni sul gettito che essa potrebbe portare, soprattutto in una fase di stagnazione dei redditi. Nel suo ultimo editoriale domenicale, Scalfari ripropone una super-tassazione sul reddito dei più ricchi (oltre i 120.000 euro) per compensare le minori entrate da una drastica fiscalizzazione degli oneri sociali di circa 90 miliardi. Si tratta di una cifra enorme. Egli sembra ignorare che il numero di contribuenti che dichiara più di 120.000 euro è limitato a circa 250mila persone (lo 0,6% del totale). Per estrarre 90 miliardi da questi individui, dovremmo aumentare le tasse che essi già pagano di 360mila euro a testa. Dubito che ciò sia possibile in una democrazia parlamentare. Ridurre le aliquote contributive può servire per fare emergere l’e conomia sommersa o incentivare le assunzioni di giovani e donne.

Ma occorre fare attenzione a non destabilizzare il nostro sistema previdenziale. Occorre far comprendere a tutti che, quando il sistema è in equilibrio, tali aliquote sono redditi differiti e u n’assicurazione contro rischi concreti. In generale, dobbiamo ricordarci che in Italia la via dell’equità non passa principalmente attraverso uno spostamento massiccio delle imposte sui redditi più elevati. Per la semplice ragione che un quarto dei contribuenti paga zero tasse, circa il 46% dei contribuenti dichiara un reddito inferiore ai 15.000 euro (cioè paga circa il 5% dell’IRPEF totale) e solo il 5% dichiara più di 50mila euro (il 35% dell’IRPEF totale). Occupiamoci, piuttosto, di come allargare la base imponibile, ridurre il cuneo fiscale e combattere l’evasione. È una strategia meno appariscente ma che può portarci più l o n t a n o

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