Per l’Economist meglio della deriva autoritaria c’è la sospensione della democrazia

Il Noista
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Il settimanale inglese bacchetta l’Italiacum ma lì iconservatori hanno tutto col 36%

Dopo aver dato per sicura la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea e la vittoria di Hillary Clinton alle elezioni presidenziali americane, la rumorosa presa di posizione dell’Economist a favore del No è una notizia che regala un po’ di serenità ai tanti sostenitori del Sì: la vittoria il 4 dicembre si fa, se non certa, più probabile.

A chi apprezza il rigore e la serenità che storicamente contraddistinguono la stampa anglosassone, tendenzialmente migliore dei fogli nostrani, risulta però particolarmente indigeribile la motivazione addotta dall’Economist per il suo No.

A parte il giudizio negativo su Renzi e sul suo lavoro a Palazzo Chigi (giudizio del tutto legittimo, naturalmente), il prestigioso settimanale inglese critica la riforma per due motivi fondamentali: il Senato non elettivo “viola i principi democratici” e la legge elettorale – che non è sottoposta a referendum, ma pazienza – “ricorre a vari trucchi per garantire al partito di maggioranza relativa il 54%dei seggi in Parlamento”.

A parte il fatto, tutt’altro che secondario, che il nuovo Senato sarà composto da consiglieri regionali e sindaci eletti dai Consigli regionali “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”, e dunque gli elettori sceglieranno contestualmente sia i consiglieri regionali sia i senatori, fa sorridere che una tale obiezione venga da chi vive in un paese dove il Senato – la Camera dei Lord – è nominato direttamente dalla Regina.

Così come fa sorridere la critica all’Italicum, giudicato eccessivamente maggioritario, visto che in Gran Bretagna i Conservatori governano da soli, con la maggioranza assoluta dei seggi, grazie al 36,9% dei voti. Se la riforma di Renzi è poco democratica, il Regno unito è chiaramente una dittatura.

Ma in fondo si tratta di dettagli. Il punto politico cruciale, nell’editoriale dell’Economist, è un altro, e coglie con chiarezza il nocciolo della situazione e la posta in gioco del referendum.

Il prestigioso settimanale indica infatti come soluzione ottimale, dopo l’auspicata sconfitta di Renzi il 4 dicembre, la formazione di un nuovo governo tecnico – anzi, “technocratic” – che si occupi del Paese al posto dei politici.

Insomma, per evitare la presunta deriva antidemocratica di una riforma che garantisce stabilità – “il prossimo primo ministro avrebbe un mandato praticamente garantito per cinque anni” – l’Economist suggerisce di sospendere direttamente la democrazia e consegnare tutto il potere ai tecnocrati.

Non c’è che dire, il Noista d’Oltremanica merita un applauso.

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