Per i giudici militanti conta solo la gogna mediatica

Il Fattone
Il Presidente della sezione feriale della corte di cassazione Antonio Esposito (C) legge la sentenza del processo Mediaset, Roma 1 agosto 2013. Antonio Esposito (C), the Italian president of the court of cassation reads the judgment of the trial Mediaset, Rome, 1 August 2013. Five judges at Italy's supreme court confirmed the condanan to four years in prison for former Italian prime minister Silvio Berlusconi. ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

Sul Fatto di oggi, Antonio Esposito espone il manifesto politico della fase iniziata con l’elezione di Davigo

Antonio Esposito divenne famoso nell’estate del 2013 non tanto per aver presieduto la sezione Feriale della Cassazione che condannò in via definitiva Silvio Berlusconi per frode fiscale, quanto per l’intervista che rilasciò al Mattino qualche giorno dopo, prima che venissero rese note le motivazioni della sentenza, per spiegare che il Cavaliere fu “condannato perché sapeva, non perché non poteva non sapere”. Non s’era mai visto un giudice, e per di più di Cassazione, raccontare ai giornali i retroscena di un processo: e infatti persino il Csm fu costretto ad intervenire, salvo poi, come spessissimamente accade, assolvere l’interessato.

Sul Fatto di oggi il giudice Esposito dice la sua sulle intercettazioni, muovendo dall’inchiesta di Potenza, e il risultato è un inquietante manifesto politico emblematico della nuova fase inaugurata dall’elezione di Piercamillo Davigo alla presidenza del sindacato delle toghe. L’incipit è eversivo: “I politici sono da sempre allergici al controllo di legalità”. Tutti, senza eccezione alcuna. All’esercito del Male – quello che popola le istituzioni democraticamente elette, che risponde regolarmente agli elettori e che, diversamente dai magistrati inamovibili dopo aver vinto un concorso pubblico, è ogni volta revocabile – si contrappongono le forze del Bene: i magistrati che intercettano e i giornalisti che pubblicano le intercettazioni.

Nell’universo concentrazionario di Esposito “il prestigio degli inquirenti esce rafforzato per aver scoperchiato un sistema di malaffare, mentre risulta compromesso il prestigio, se ne avevano, degli uomini pubblici coinvolti nell’inchiesta”. Da notare quel “se ne avevano”, a metà strada fra Mussolini e Grillo, che la dice lunga sulla fedeltà costituzionale e sullo scrupolo professionale delle frange militanti della magistratura.

Da notare, anche, che in tutto l’intervento non si parla mai di sentenze, ma soltanto di “inchieste”: non conta il risultato, il processo penale è una formalità di nessun conto, il verdetto non interessa a nessuno, e l’unica cosa che conta, l’unica vera sentenza è l’indizio di colpevolezza, l’intercettazione manipolata, la gloria dei riflettori per gli inquisitori e la gogna mediatica per gli inquisiti. E la giustizia, come direbbe il primo ad aver sfruttato la toga per fare politica, che c’azzecca?

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