Per gli studenti che sono scesi in piazza

Scuola
Il corteo degli studenti medi a Roma, 7 ottobre 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

La riforma della nostra istruzione pubblica è un’occasione che una forza di sinistra come il Pd non deve mancare. Ne va del futuro dell’Italia

Ieri parecchi studenti sono scesi in piazza, manifestazioni si sono svolte in quasi tutte le principali città. Ci sono state, purtroppo, anche alcune violenze: a Torino è stata assaltata una sede del Pd, a Firenze la polizia ha dovuto bloccare alcuni violenti che volevano sfondare il portone del liceo Galilei.

Gli obiettivi principali della protesta sono stati il governo e la riforma costituzionale, con la legge sulla “buona scuola” sullo sfondo. E del resto era quasi inevitabile visto che le principali organizzazioni che l’hanno promossa sia da sinistra (Rete degli studenti medi e Unione degli universitari) che da destra (Blocco studentesco di Casa Pound) sono schierate per il No al referendum del 4 dicembre. L’assunto è che la riforma della Costituzione produrrà un arretramento della democrazia che a sua volta renderà la scuola pubblica meno libera perché più permeabile agli interessi dei privati.

Opinioni legittime ma non condivisibili. Si potrebbe rispondere ad esempio che la democrazia che non decide lascia inevitabilmente spazio ad altri poteri che sono assai meno democratici e che il prezzo di queste non scelte viene solitamente pagato dai ceti più deboli e dai loro figli. Ad esempio la scuola pubblica è spesso una scuola di classe che privilegia i figli dei più ricchi e istruiti e penalizza quelli dei più poveri e meno istruiti. Il figlio di un notaio farà il notaio e quello di un barone universitario diventerà ordinario in qualche facoltà, come il figlio di un noto direttore di giornale o grande inviato farà il giornalista a sua volta. Ma il figlio di un operaio, o di un cittadino immigrato, o di una coppia che magari si deve arrangiare con lavori saltuari e sta fuori casa tutto il giorno, che farà? Probabilmente, come dicono le statistiche non diventerà mai notaio, né professore, né direttore di giornale. Perché la scuola non lo aiuta a coprire il gap di partenza che ha nei confronti dei compagni di classe più fortunati. Perché il sistema scolastico non rimuove gli ostacoli ma anzi organizza gare palesemente truccate fra i figli di chi può e quelli di chi non può.

In Italia l’abbandono scolastico è superiore al 17%. Ovviamente quelli che lasciano la scuola non sono figli di famiglie benestanti, ma di chi ha in casa meno risorse economiche e/o culturali. E infatti la percentuale di abbandoni aumenta fra i figli dei cittadini stranieri e cresce ancora di più fra le ragazze perché spesso le famiglie di religione musulmana quando le bimbe diventano “signorine” le tengono a casa e non le mandano più a scuola. Così alla fine a fianco alla discriminazione per censo abbiamo pure quella per origine e quella per sesso.

Questa deriva è frutto di scelte politiche ben precise che hanno puntato a indebolire la scuola di tutti e per tutti. L’Ocse ha calcolato che dal 2008 al 2013 (governi Berlusconi e poi Monti) la spesa per l’istruzione pubblica è stata tagliata del 14% mentre per altri servizi pubblici la contrazione è stata solo del 2%. Una rotta che il governo Renzi ha deciso di invertire rimettendo miliardi nella scuola pubblica e assumendo diverse migliaia di insegnanti (già oltre 120mila che saliranno a 190mila). Eppure questa scelta politica in un pezzo importante del mondo della scuola, fra parecchi insegnanti e studenti, è giudicata negativamente. Ovviamente nelle critiche c’è anche una parte di pre-giudizio figlio di un conservatorismo presente in alcuni soggetti sia sindacali che studenteschi. Basti pensare alle polemiche sui docenti vittime di esodi forzati fatta da alcuni sindacati. O al no di alcune organizzazioni studentesche (che si definiscono molto di sinistra) all’introduzione del nuovo Isee che di fatto era una difesa dei furbetti e degli evasori che non pagavano le tasse scolastiche ma avevano la Porsche in garage, mentre ovviamente il lavoratore dipendente pagava la scuola due volte: prima col proprio IRPEF e poi con le tasse universitarie del figlio.

Tuttavia quel mondo (insegnanti, personale non docente, studenti e loro famiglie) è assai più grande e composito degli urlatori di pre-giudizi. Ed è un mondo con cui un nuovo confronto va aperto, perché la riforma della nostra istruzione pubblica è un’occasione che una forza di sinistra come il Pd non deve mancare. Ne va del futuro dell’Italia.

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