Per dire No alla riforma, almeno dovrebbero prima studiarla

Il Fattone
VOGLIA DI ANDARE VIA

Il presidente del Comitato per il No, Alessandro Pace, prima se la prende con gli altri perché (loro) non sono riusciti a raccogliere le firme, poi scivola sul testo

Il possente, eroico, imbattibile Comitato per il No al referendum costituzionale ha fatto flop: appena 300mila firme raccolte, e addio ai 500mila euro di finanziamento pubblico. Tocca al suo presidente, il professor Alessandro Pace, spiegarne le ragioni in una piagnucolosa intervista al Fatto che trabocca “amarezza” e soprattutto rabbia e rancore: verso la Cgil, per esempio, che “non si è mossa” (e perché avrebbe dovuto?); verso le televisioni – “a parte La 7”, naturalmente – protagoniste di “un imbarazzante silenzio mediatico” (quando invece di referendum s’è parlato per mesi ad ogni ora del giorno e della notte); e finalmente verso gli elettori, che si sarebbero “distratti”, poveri idioti, “a causa del voto amministrativo nelle principali città”.

La brillante analisi del professor Pace – un antipastino perfetto delle scempiaggini che ascolteremo in autunno, dopo la vittoria del Sì – contiene poi uno svarione che la dice lunga sulle competenze professionali e la buona fede dei professoroni. “Raccogliere 500mila firme è difficile”, si lamenta Pace (talmente difficile che negli ultimi quarant’anni lo si è fatto con successo 67 volte, con o senza i partiti, con o senza la Cgil, con o senza il Fatto). E poi aggiunge: “Se passerà la riforma, l’asticella si alzerà a 800mila”.

Sbagliato, professore! Intanto, qui stiamo parlando di referendum confermativo: e la riforma Boschi non modifica, com’è noto, l’art. 138. Ma anche per il referendum abrogativo le firme da raccogliere restano 500mila; se però se ne raccolgono 800mila diminuisce il quorum necessario a rendere valida la consultazione: non più la maggioranza degli aventi diritto, ma il 50% più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche. La differenza è notevole, e stupisce che il professor Pace la ignori.

Se sulla riforma non è un granché preparato, il presidente del Comitato per il No brilla però nella strategia politica: dopo aver accusato la Cgil di volersi “tenere le mani libere”, il professore le volta sdegnato le spalle per bussare alla porta di Renato Brunetta (“dobbiamo unire le forze”) e, soprattutto, al portone di Silvio Berlusconi: “Qualche spazio in più nelle trasmissioni Mediaset in autunno sarebbe utile”. Fuori la Camusso, avanti la De Filippi.

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli