Per cambiare ascolto chi, rabbioso, non vuole dialogare

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La più grande difesa della nostra Costituzione che possiamo praticare oggi è tornare a essere quel popolo rispettoso, umano, tollerante che tanti predicano ma che pochi praticano

Qualcosa si è rotto in questo nostro paese, persino il mio bicchiere un giorno mezzo pieno e un giorno mezzo vuoto fatico a governarlo. Le due storie che mi accingo a raccontarvi, miei cari venticinque lettori, sono terribili e quotidiane, fissarle in un foglio mi aiuta a ricordare come debbano rimanere terribili nel mio animo, e spero anche nel vostro, affinché mai il “quotidiano” le possa rendere accettabili e affinché rinnovi in me e in voi la voglia intatta di combatterle.Una normale serata in pizzeria, con amici, e amici di amici. Cade il discorso sul referendum, è un tema, ma il tema non è quel tema, scusate il gioco di parole, ma il modo. Un commensale comincia a inveire con una violenza verbale inaudita infilando dentro le sue ragioni del no ogni male presente, passato e futuro, la sicilia, le strade, il ponte, “l’idiozia del premier che se lo vedo di notte in un vicolo gli sparo”. Potevo alzarmi e andarmene. Potevo. Ma, chiamatela deformazione professionale da docente, con tutto lo sforzo di cui ero capace per rimanere calma e garbata, gli ho detto quello che tutti voi gli avreste detto, cioè: legittime le opinioni diverse, anche le sue, ma anche le mie, però è il rispetto a legittimarle, non altro, il rispetto, e la Costituzione non si predica, si pratica con serena determinazione, esattamente nel metodo, più che nel merito.

Il merito è il rispetto della persona, senza deragliare ogni qualvolta in un “e allora voi e allora noi” tanto sfiancanti quanto inutili, perché stavo prevedendo la replica. “Dunque, mio caro, con calma e senza anatemi fuori luogo, mi dici perché sei così arrabbiato? Perché la tua è rabbia profonda, non so se motivata o meno, ma io ti ascolto, dimmi cosa hai”. Il commensale si rabbonisce, discutiamo punto dopo punto le terribili sorti e non progressive della mia regione, convenendo che la nostra buona volontà, mossa insieme e non separatamente,  potrà mutare le cose; il premier, se lo incontriamo in un vicolo, potrebbe partecipare ad attuarla la nostra comune buona volontà, non la cattiva, arriviamo a scherzare e il mio fine, quello di farlo riflettere e di riflettere io per prima, non quello di convincerlo, mi pare di averlo raggiunto.

Quanta rabbia e perché? Sono reali le ragioni della rabbia o abbiamo un problema Houston? Che si chiama mala informazione, approssimazione, scarso approfondimento, mala televisione? O cosa altro? Rabbia anti sistema andiamo dicendo, eppure?

Non sul merito delle questioni mi soffermo, ripeto, ma sui modi, sugli argomenti usati, sulla mediocrità e bassezza degli atteggiamenti, perché? Sono stati i troppi anni di liti ad abituarci a tutto ciò? È persino banale dirlo, ma come siamo addivenuti a ciò? La crisi, la paura, gli egoismi sociali e individuali, signora mia, e dunque? A voi le riflessioni.

Intanto, tra un mio silenzio pensieroso e il contorno grigliato arriva una frase che si abbatte come un albero secolare per la sua abnormità: “la politica sui migranti di questo governo ha solo fini elettorali, li accogliamo tutti, gli diamo la cittadinanza e poi quelli vi voteranno a vita”. Mi sono morsa la lingua.
Padre Puglisi diceva che la persuasione è una pratica gentile e la prima a dovermi persuadere di rimanere calma in quell’istante ero io. Ecco trovato il bandolo della rabbia, i migranti e il fatto che il suo piccolo paesino è stato “invaso da persone che ciondolano e la colpa è vostra”.
Mi rivolgo calma e lenta: “I fini sono umani, non elettorali, se cadi per terra io ti aiuto, perché sei un essere umano”, ingoio il boccone e, aggiungo con un sorriso, “persino se sei tu”.

Stamattina leggo di una ragazzina etiope presa in pieno da un tir in una galleria vicino Ventimiglia, una migrante. Ed è questa la seconda piccola storia che fa traballare il mio bicchiere mezzo pieno. “Chissà dove andava a svendere il suo voto” potrebbe dirmi il commensale? Avrebbe questo coraggio? Eppure una parte del paese, come lui,  non sta comprendendo l’immensa azione umanitaria, che ci assolverà da alcune delle mille colpe dell’occidente, che è compiuta dal nostro paese e da questo governo. Dobbiamo aiutarci a comprendere che questa è la più grande difesa della nostra Costituzione che possiamo praticare oggi.

Abbiamo bisogno di fare molta più strada di una ragazzina etiope morta alla ricerca di una vita di pace, un percorso nemmeno lontanamente comparabile al suo dolore, di cui siamo correi, ma difficile e lungo, per tornare a essere quel popolo rispettoso, umano, tollerante, descritto nella Costituzione che tanti predicano ma che pochi praticano.
Non “buonismo” ma necessità di affermare i diritti oltre che l’umanità, rivedendo certamente le modalità e l’organizzazione dell’accoglienza, se sono queste a creare dubbi e problemi tra le persone.

Se non si indagano e accolgono i problemi e le paure delle persone, comprese le loro ignoranze, quando dipendono da motivi strutturali, ho paura che non li affermeremo quei diritti che sono la prima parte intoccabile della nostra Carta, perché è la struttura che crea i sentimenti; gli strumenti sono sì quelli difficili del dialogo, senza confini, anche con chi non vuole dialogare e sente crescere solo la sua rabbia, a volte vera ma spesso rabbia  “da traino” senza verificati motivi, o con chi i confini li marchia per paura, per disagio, per abitudine, per ignoranza. Ma sono anche quelli di provvedimenti chiari e mirati. Che non giustifichino i modi e i pensieri inumani ma che avvolgano le paure.

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