Pensioni ed equità tra le generazioni

Pensioni
L'insegna Inps - Istituto nazionale previdenza sociale in una foto d'archivio. ANSA / ETTORE FERRARI

Alcuni motivi per essere in disaccordo con Tito Boeri

Negli ultimi giorni il Presidente dell’Inps ha mosso severe critiche alle proposte del governo in materia di pensioni, sostenendo che il piano formulato dall’Inps l’anno scorso («Non per cassa, ma per equità») sarebbe più favorevole ai giovani e non peserebbe sui conti pubblici. Come abbiamo già più volte argomentato, non comprendiamo come si possa dire che quel piano fosse favorevole ai giovani. Esso offriva benefici solo alla generazione fra i 55 e i 67 anni. Ai giovani non andava un solo euro.

Anzi nel loro insieme le proposte del piano Inps avrebbero comportato un aumento del disavanzo, per importi annui stimati dalla stessa Inps fra 1 e 4 miliardi per circa un decennio, il che comportava un maggior onere futuro a carico dei giovani. Vero è che in quel piano la flessibilità pensionistica era calcolata interamente sulla base di parametri attuariali, più ancora di quanto avvenga oggi con l’APE ordinario, e quindi nel lungo periodo sarebbe stata pagata – anche questo va detto – dagli stessi pensionati e non dallo Stato.

Ma non è chiaro come un maggior disavanzo per almeno un decennio possa produrre un beneficio per i giovani. Soprattutto l’idea di un ricalcolo in base ai contributi versati (stima del gap tra contributi versati e pensione maturata), al di là delle considerazioni che si possono fare in punto di equità intergenerazionale, sembrava definitivamente tramontata per due motivi.

Perché sarebbe in evidente conflitto con le due sentenze della Corte Costituzionale che hanno bocciato i prelievi di solidarietà sulle pensioni superiori ai 90.000 euro e perché il ricalcolo non sarebbe materialmente possibile per mancanza di dati. Quest’ultimo punto è stato certificato, senza possibilità di equivoci, dagli stessi vertici tecnici dell’Inps, in un’audizione presso la Commissione Lavoro della Camera (visionabile sulla WebTv della Camera alla data 15 marzo 2016) relativa alla proposta di legge prima firma On. Giorgia Meloni.

In quella sede, il rappresentante dell’Inps ha affermato che non sarebbe possibile ricostruire la storia contributiva delle pensioni liquidate molti anni fa, in particolare prima del 1992 e nel settore pubblico, perché non ci sono archivi informatici e la pensione veniva calcolata su una quota dell’ultima retribuzione. Il rappresentante dell’Inps ha altresì ricordato che il sistema retributivo contiene in sé un forte meccanismo solidaristico di riequilibrio che consiste nel fatto che, quando i redditi superano i 45.000 euro, il cosiddetto coefficiente di rivalutazione annua della pensione scende al di sotto del 2% sino a ridursi allo 0,9 per cento per redditi superiori a 90.000 euro.

Il che significa che per questi redditi, dopo 40 anni di lavoro, la pensione non è pari all’80 per cento della base retributiva, ma si avvicina al 36 per cento. In pratica, dunque, vi è la concreta possibilità che il ricalcolo contributivo si trasformi in un vantaggio per questi pensionati. Il problema è che qualora si stabilisse per legge che la misura dell’equità è data dal calcolo sulla base dei contributi versati sarebbe difficile non dare di più a chi ha versato contributi in eccesso della propria pensione.

Di queste considerazioni era evidentemente consapevole l’estensore del piano Inps dell’anno scorso. Infatti, a differenza di quanto sostiene oggi Boeri, la proposta ufficiale dell’Inps non è affatto quella del ricalcolo contributivo. Nel testo che è stato reso pubblico l’Inps propone infatti di intervenire sulle pensioni in essere con un unico criterio di ricalcolo che è quello dell’età a cui una persona è andata in pensione – con un taglio di circa il 3% per ogni anno di anticipo rispetto all’età considerata normale per il pensionamento di vecchiaia. Ad esempio, la pensione di una persona che abbia smesso di lavorare a 60 anni verrebbe tagliata di circa il 18%, in quanto oggi l’età “normale” di pensionamento è di 66 anni e 3 mesi. Questo metodo di ricalcolo basato sull’età di pensionamento, pur praticabile, non ha quelle proprietà che potevano forse rendere attraente il ricalcolo contributivo: oltre a non realizzare l’equità fra generazioni, crea nuove distorsioni e fonti di contenzioso.

Può accadere, infatti, che si tagli una pensione interamente maturata con i contributi versati e non se ne tagli una affatto coperta dai contributi. L’età di pensionamento è infatti solo una delle variabili che influenzano il montante contributivo individuale: conta anche l’età a cui una persona ha cominciato a lavorare e quanti contributi ha versato. La proposta può dunque andare bene a chi va in pensione ad età elevate, ma non a chi ha cominciato a lavorare a 16 anni e ha avuto una carriera dinamica che gli ha consentito di meritarsi una pensione dignitosa. Al di là dei dettagli, perché il Presidente dell’Inps avanza una proposta che verrebbe certamente bocciata dalla Corte Costituzionale e della quale la stessa Inps ha chiaramente detto che non è attuabile?

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