Pensioni, con la flessibilità lo Stato risparmia

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Non è vero che anticipare l’uscita dal lavoro costa troppo. Ecco i numeri

La flessibilità del sistema pensionistico è una misura che assomiglia alle acque carsiche: appare e scompare. Il presidente del Consiglio l’ha caldeggiata nella legge di Stabilità prima delle vacanze, poi l’ha esclusa e, infine, riproposta nei giorni scorsi. Siamo molto soddisfatti di quest’ultima decisione. La Commissione lavoro della Camera sostiene questa proposta dalla passata legislatura, nella quale è stato presentato un disegno di legge del Pd a prima firma Damiano, Baretta e Gnecchi, che è stato riproposto nella legislatura attuale. L’idea è molto semplice: consentire ai lavoratori che lo desiderano, di anticipare il momento della pensione a 62 anni purché abbiano almeno 35 anni di contributi e accettino una penalizzazione strutturale massima dell’8%. Per quanto riguarda i lavoratori «precoci», il disegno di legge prevede la possibilità di andare in pensione con 41 anni di contributi, senza penalizzazioni ed indipendentemente dall’età anagrafica.

Contro questa proposta si sono schierati coloro che la ritengono troppo costosa e che si avvalgono delle stime dell’Inps che prevedono un costo di 8-10 miliardi. Noi riteniamo che l’impostazione di questi calcoli sia sbagliata per almeno due motivi: il primo, è che ancora una volta si individuano platee potenziali e non effettive, come se tutti i lavoratori sessantaduenni, appena varata la norma, decidessero all’unisono di andare in pensione. Si ripropone, cioè, l’ipotesi erronea di considerare tutti i lavori uguali, dimenticando che chi sta alla catena di montaggio, al lavoro notturno, che fa l’infermiere o la maestra d’asilo, sceglierà probabilmente di anticipare; mentre chi fa il primario, il professore universitario o il dirigente d’azienda, o anche chi, avendo un’occupazione non vuole comunque rinunciare a una quota significativa del proprio reddito pari alla differenza tra la retribuzione in corso e una pensione in parte decurtata, deciderà di rimanere al lavoro. Quindi, si tratta di individuare meglio le platee interessate e lo scaglionamento delle risorse necessarie, che sono sicuramente più basse di quelle indicate.

In secondo luogo, si considerano sempre e solo i costi e mai i risparmi. È evidente che chi ha la disavventura di essere licenziato, utilizzerà la cassa integrazione o l’indennità di mobilità per tutta la durata ammessa e, qualora diventasse in futuro disoccupato, potrà avvalersi dei nuovi ammortizzatori sociali. Si tratta di costi che ricadono sulla collettività e che potrebbero essere risparmiati.

Infine, oltre alle possibili ricadute sugli andamenti di cassa sulle quali si concentra ovviamente l’attenzione della Ragioneria Generale dello Stato, trattandosi di misure previdenziali, sarebbe opportuno riflettere anche sugli effetti finanziari di un pensionamento flessibile nel medio lungo periodo.

A tale riguardo può essere d’aiuto un semplice esempio numerico. Le ipotesi utilizzate ricalcano alcuni parametri del disegno di legge del Pd sopra richiamato, ovvero uno schema di pensione anticipata che preveda come requisiti un’età minima di 62 anni, una durata contributiva di 35 anni ed un abbattimento annuo della pensione lorda del 2%. Le aspettative di vita alle età di 62 e 66 anni sono ricavate dalle Tavole di mortalità Istat 2010, assumendo che maschi e femmine possano optare in egual misura per una pensione anticipata. La retribuzione lorda di riferimento ha un valore pari al dato medio Ocse per l’Italia di un lavoratore dipendente privato a tempo pieno, che è pari a 24.250 euro annui, equivalenti a un netto mensile di 1.429 euro per 13 mensilità nel caso di una lavoratore senza carichi familiari.

Il calcolo della pensione è effettuato tenendo conto che dal 1 gennaio 2012 è prevista per tutti l’applicazione del sistema contributivo. Pertanto una prima quota di pensione, fino al dicembre 2011, è calcolata con il metodo retributivo (persone con almeno 18 anni di contribuzione a dicembre 1995), applicando un’aliquota di rendimento del 2% per anno di anzianità contributiva alla retribuzione di riferimento (assunta costante nell’ultimo decennio). La seconda quota, a iniziare dal gennaio 2012, è invece calcolata con il metodo contributivo, con tassi di capitalizzazione del montante effettivi fino al 2014 e ricavati dal Def 2015 per gli anni fino al 2019, e applicando i coefficienti di trasformazione aggiornati per il periodo 2016-2018.

L’esito di questa elaborazione indica che l’onere atteso per l’erogazione della pensione anticipata decurtata del 2% annuo (con una speranza di vita media superiore agli 84 anni: l’Istat 2010 indica la media tra uomini e donne di 62 anni in anni 22,807) ammonta a 348.200 euro, contro i 363,600 euro che con le stesse modalità di calcolo si avrebbero per una pensione piena erogata a partire dai 66 anni di età . In altri termini, la pensione flessibile, erogata con le modalità previste dal disegno di legge determinerebbe nel lungo termine (cioè i prossimi vent’anni circa) oneri inferiori del 4,22% rispetto a quello della pensione a requisiti rigidi erogata a partire dal compimento dei 66 anni. Siamo disposti a confrontarci da subito con il governo su questi dati, anche perché vogliamo confutare la tesi che la flessibilità abbia soltanto un costo: non è vero, ci sono anche i risparmi e non intendiamo più accettare i conti a scatola chiusa.

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