Peace and Love, il simbolo che ha attraversato la storia

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simbolo della pace

Storia del simbolo pacifista: nato nel secolo scorso contro la fabbricazione di bombe nucleari oggi non smette di rappresentare un ideale

A volte ritorna. Fa la sua comparsa in momenti drammatici, dimostrando la sua natura inossidabile di segno che con poche linee si fa leggere con strabiliante immediatezza ed efficacia. E’ il simbolo che identifica un mood collettivo, un brand universale che unisce culture da est a ovest, dagli Usa al Giappone, passando per l’Europa.

Il cerchio con tre linee è diventato un marchio famoso quanto quello della Coca Cola, ma muove tutt’altro sentimento. E’ il segno della pace.

Lo abbiamo rivisto diffondersi ovunque sui social nei giorni degli attentati di Parigi, quando una piccola modifica a forma di Tour Eiffel lo ha aggiornato al momento doloroso che la capitale francese si è trovata ad affrontare in quei giorni di novembre.

Di nuovo è comparso il primo giorno dell’anno 2016, quando volontari di Msf e Greenpeace lo hanno “disegnato” su una collina dell’isola di Lesbo, usando i giubbotti di salvataggio dei rifugiati che fuggono dalla guerra in Siria. Quasi un’opera di land art, alla maniera di quelle cui ci hanno abituati artisti di fama mondiale (aspettiamo a questo proposito gli esiti sicuramente sorprendenti del lavoro del dissidente cinese Ai WeiWei, arrivato nelle stesse ore sull’isola greca per un’opera che affronta l’esodo epocale di questi anni).

Il segno della pace del resto è senza copyright, non appartiene a partiti, né a gruppi o altre organizzazioni, e nel caso del simbolo usato nei giorni degli attacchi di Parigi, la più vistosa modifica dell’originale ad opera del graphic designer Jean Jullien, in un battibaleno è comparso su magliette, poster e bandiere, senza che l’autore ne abbia chiesto, o potuto chiedere, i diritti.

Bene ha fatto pochi giorni dopo il Guardian a puntualizzare che sì, andava riconosciuta la generosità del designer francese, ma che era ora di rendere giustizia al primo, vero autore del simbolo, colui che creò quella che viene riconosciuta come “la più potente e memorabile immagine mai disegnata per una causa secolare”.

Il simbolo ha una storia che nasce nel secolo scorso, bisogna ritornare infatti al lontano 1958, quando il Direct Action Committee Against Nuclear War, sta preparando a Londra la prima delle grandi marce contro la fabbricazione di bombe nucleari, da tenersi tra Trafalgar Square e la cittadina di Aldermaston nel Berkshire, sede dell’Atomic Weapons Research Establishment, un centro di ricerche per gli armamenti nucleari. Il gruppo ha bisogno di un simbolo, e a portarlo è un designer professionista che ha studiato al Royal College of Art, Gerald Holtom. I primi banner con il simbolo pacifista compaiono lungo il tragitto di questa lunga marcia di 52 miglia, che si ripete negli anni seguenti nei giorni di Pasqua e diventa la poderosa Cnd, Campaign for Nuclear Disarmament, presidiata nei suoi anni d’oro dal filosofo Bertrand Russell. Ai banner si aggiungono ben presto i badge, le spillette che invadono giacche e magliette delle migliaia di giovani in marcia.

Il designer Holtom, morto nel 1985 a 71 anni, obiettore di coscienza nella seconda guerra mondiale e tra i primi attivisti della Cnd, non ha mai voluto chiedere i diritti per quel disegno scarno ed elegante che avrebbe manifestato tutta la sua potenza negli anni 60. E’ in questo decennio infatti che il simbolo trova la massima diffusione nelle marce per i diritti civili negli States e ovunque in quelle contro la guerra in Vietnam, accompagnando nelle sue evoluzioni liberal il movimento hippy, il Flower power  e i “bed in” al suono di “Give peace a chance” di John Lennon e Yoko Ono, per diventare un simbolo universale. Si può dire che abbia attraversato tutto ciò che di progressista si è mosso nel mondo, subendo persino un tentativo di censura nel Sud Africa dell’apartheid. In parte ha riscoperto la sua mission originaria nelle manifestazioni post Fukushima in Giapppone, dopo il disastro delle centrali atomiche danneggiate dal maremoto nel 2011 e i danni incalcolabili all’ambiente e alle persone.

E’ rispuntato ai giorni nostri nel cuore di un’Europa dilaniata da quelli che appaiono i drammi più acuti dell’epoca in cui viviamo, il terrorismo e le migrazioni forzate, ma c’è da scommettere che non sparirà mai dal nostro universo simbolico. Nelle intenzioni iniziali quelle linee essenziali dovevano suggerire le lettere N (Nuclear) e D (Disarmament) secondo la segnaletica manuale con le bandiere. Ma lo stesso Holtom confessò a un certo punto che in fondo aveva solo voluto disegnare se stesso, un uomo con le braccia aperte, tese verso l’alto in una pacifica resa davanti a un plotone di esecuzione, citando un quadro di Goya. Per pentirsi subito dopo e proporre invece il simbolo a rovescio, così come lo vediamo oggi: una specie di scarno omino con le braccia aperte in basso, che sembra determinato ad andare avanti.

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