Pd, militanza e forma partito

Dal giornale
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La crisi della militanza classica e il lavoro sulla forma partito pongono il Pd di fronte ad una sfida complessa. Serve una forte riflessione sull’organizzazione interna e sulla forma partito

La crisi della militanza classica e il lavoro sulla forma partito pongono il Pd di fronte ad una sfida complessa che può però permettergli di compiere un passo importante verso quel rinnovamento chiesto a stragrande maggioranza nell’ultimo congresso. Non è un caso che quando il Pd ha avuto successo elettorale siamo riusciti ad intercettare il voto e le speranze dei meno garantiti: under 25, commercianti, partite IVA e autonomi, donne. Quando perdiamo voti, invece, ritorniamo ad avere un elettorato prevalentemente composto da uomini, da dipendenti pubblici e da pensionati. Se confrontiamo la composizione del nostro elettorato con quella dei nostri iscritti ci accorgiamo che essa coincide perlopiù con il nostro elettorato classico e non con quello che siamo riusciti ad intercettare alle Europee. Questo è uno dei principali nodi da sciogliere. Se dal 2012/2013, da quando cioè sono entrati nel partito molti che hanno sostenuto Renzi senza provenire da “famiglie” pre-esistenti nel partito, non vediamo nuovi volti e nuove facce significa che abbiamo un problema.

È certamente fisiologico che i momenti congressuali portino a nuove ondate di iscrizioni e di partecipazione, ma il dramma è che molti di coloro che nel frattempo non si sono sistemati o non si sono voluti “sistemare” (perché cooptati – e parlo di lavoro, non di responsabilità politiche – da qualcuna delle famiglie pre-esistenti, comprese quelle che si dichiarava di voler rottamare) stiano lentamente abbandonando la breve militanza di questi anni. Non demonizzo di certo il “lavoro politico”, anzi ritengo che sia faticoso e altamente professionale, ma mi chiedo come non disperdere forze ed energie di chi non sente il Pd come la propria “comunità” (e anche sull’abuso di tale termine ci sarebbe da discutere).

Stiamo assistendo ad un piccolo esodo, decisamente diverso da chi in maniera organizzata lascia il partito da sinistra perché non accetta di stare in minoranza, più silenzioso perché fatto da persone meno abituate all’agone politico e a comunicare in maniera anche rumorosa le proprie scelte. Certo sono persone più ingenue, politicamente meno sgamate; forse più impetuose e radicali nella loro parole e nei loro comportamenti, ma che hanno rappresentato il corpaccione di chi voleva cambiare verso al Paese passando da un partito pienamente inserito nell’alveo dei valori costituzionali e fondanti della Repubblica e non attraverso avventure e movimenti anti-sistema.

Nel Pd se ne discute troppo poco. Forse fa quasi comodo, perché si liberano spazi di posizionamento interno. É vero che è sempre colpa di chi non lotta e se ne va, ma mi chiedo (e credo se lo debba chiedere tutto il partito) come fa a competere chi lavora dalle otto alle dodici ora al giorno e ha pochi spazi liberi o liberati? Chi non ha posti da dare nelle partecipate? Chi non può organizzare clienti, ma al massimo finisce con l’esserlo di questa o di quella corrente, pardon area culturale? Almeno dal punto di vista utilitaristico dovremmo occuparcene allorquando l’incapacità di coinvolgere queste persone finisce con il ribaltarsi sui risultati elettorali. Perché se il mondo di chi suda e fatica nella società reale e non in quella che potremmo definire “società politica” molla e ci abbandona significa che il Pd torna ad essere il partito dei garantiti (anche dalla politica) e non è quello che volevamo fare cambiando verso.

Sì, serve una forte riflessione sull’organizzazione interna e sulla forma partito, perché forse alle feste ci fa piacere conoscere tutti i volti e tutti i nomi, ma se li conosciamo tutti significa che non c’è nessuno di nuovo che ci fa guardare altro e ci fa vedere l’altrove.

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