Pasolini, il Padre che non era

Pasolini
Pasolini

L’Intellettuale che più di ogni altro rifuggì dalla figura paterna e da ogni senso di autorità

 

L’avete visto, no? Anche quest’anno – nel quarantesimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini – il ricordo giornalistico-editoriale italiano ha oscillato tra la celebrazione (maggioritaria) dello scrittore-eroe giunto sino a sacrificare la vita per la sua opera e l’ebrezza dello sfregio (minoritario, ma non irrilevante) dell’immaginetta sacra del poeta. Entrambe le posizioni, apparentemente così distanti, sono vittime dello stesso equivoco: quello di considerare Pasolini un Padre Fondatore della Cultura, una figura da celebrare con devozione, oppure da sfigurare violentemente per liberarsi della sua presenza ingombrante.

Dov’è il paradosso? Che Pasolini non solo si è sempre rifiutato di essere Padre: ma tra tutti i suoi rifiuti, questo è stato il più irremovibile. Suo padre, Carlo Alberto, era un nemico in casa: «Violento, possessivo, tirannico – scrive –. Prima dei tre anni me lo ricordo anche allegro. Poi, dopo i tre anni, non ricordo più un sorriso». Per Pasolini, il padre – che è stato un fascista – è l’incarnazione di tutto ciò che odiava nella vita: la formalità, l’ordine, l’ufficialità, la retorica, il potere, il dominio. Quasi subito Pasolini si è messo in contrasto con il padre. Ma, come sempre accade in Pasolini, il conflitto non è mai funzionale a una soluzione. Non c’è una tesi, un’antitesi e, poi, una serena sintesi. In Pasolini il contrasto non si risolve mai. Rimane eterno, innerva la sua vita e la sua opera.
La psicanalisi insegna che il conflitto con il padre è un momento fondamentale della crescita. Scontrarsi con lui, è un passaggio necessario dell’evoluzione individuale e sociale. Ammazzarlo – seppur simbolicamente – significa andare avanti, diventare adulti. Uccidere il padre, però, vuol dire anche un altra cosa: prendere il suo posto. Cioè, sostituire a un’autorità un’altra autorità, un potere a un altro potere, abbattere un ordine per costruirne un altro. È questo ciò che Pier Paolo Pasolini si rifiuterà sempre di fare: uccidere il Padre, per poi diventare come lui.

Il suo rifiuto di continuare lo schema, repressivo, della liberazione/restaurazione è ostinato, irremovibile, estremistico. Scrive: «C’è, certamente, in me, una generale volontà a non essere padre (a non assimilarmi cioè a mio padre e ai padri in generale)». Il suo è un rigetto totale. Esistenziale e politico allo stesso tempo. «Non ho mai usato una sola parola/ usata dai miei padri (eccetto per augurargli l’Inferno)».

Il suo rifiuto di essere padre è così radicale e radicato che quando s’imbatte nei giovani del Sessantotto si sente loro figlio, nonostante l’età lo metta immediatamente dalla parte dei padri che quelli contestavano. Scrive, in un poesia dedicata a Rudi Dutschke, uno dei leader del sessantotto tedesco: «Ti sono padre./ Perché, allora ti guardo con l’occhio del figlio?». La risposta è nell’introduzione alle Lettere luterane: «Pur essendo padre – proclama – non per questo cesso di essere figlio». E, ovviamente, si capisce che la condizione più importante per Pasolini è la seconda: non smettere di essere figlio. D’altronde, l’aveva dichiarato in una poesia del suo Diario: «Adulto? Mai – mai, come l’esistenza che non matura».

C’è in Pasolini un rifiuto così radicale del potere, dell’autorità, che anche quando egli esercita un’influenza pretende di spogliarsene. Esordendo con la sua rubrica il Caos, nel 1968, dichiara: «So vagamente che la mia opera, letteraria e cinematografica, mi pone, quasi d’ufficio, nell’ordine delle persone pubbliche. Ebbene, ecco: io mi rifiuto, intanto, di comportarmi da persona pubblica. Se una qualche autorità ho ottenuto, malamente, attraverso quella mia opera, sono qui per rimetterla del tutto in discussione. Questa rubrica non avrà – almeno nelle mie intenzioni – nulla di autorevole, e io non avrò nessuno scrupolo nello scriverla: nessun timore, intendo dire, di contraddirmi, o di non proteggermi abbastanza».

Più il padre e l’autorità sono univoci e assertivi, insegnando cosa è giusto e cosa è sbagliato, cos’è il bene e il male, più Pasolini si prefigge di non arrivare mai a un punto fermo, fedele allo scandalo programmatico che aveva rivelato ne Le ceneri di Gramsci: «Lo scandalo del contraddirmi». Più il padre e l’autorità sono attenti a non vedere intaccata la loro reputazione e rispettabilità, più Pasolini promette di lasciare da parte ogni prudenza, esporsi sino in fondo, a proprio rischio e pericolo.

Ecco: come un autore così sia diventato il più Padre di tutti Padri è un mistero che qualche lettura aiuterebbe a risolvere. Pasolini non ha eredi perché non ha mai voluto avere figli. E non a caso tutti quelli che si credono tali si sentono orfani in maniera irreparabile. Perché non c’è nulla di peggio che vivere all’Ombra di un padre inesistente. Ma tant’è. Il punto è: che fare?

Jacques Lacan scrive che «per fare a meno di un padre bisogna essere in grado di servirsene». Vuol dire – spiega lo psicoanalista Massimo Recalcati – che per non avere più bisogno del padre – anche di un padre simbolico, come in questo caso – non occorre «bandire il Padre, esaltare la sua demolizione, decretarne il peso insopportabile o, più semplicemente, l’inutilità. Fare seriamente l’eredità del Padre significa accettare l’eredità del padre», accettarla tutta. Quando Sigmund Freud, nel suo Compendio di psicanalisi, deve parlare dell’eredità cita una frase di Goethe: «Ciò che hai ereditato dai padri,/ Riconquistalo, se vuoi possederlo davvero».

Osannare Pasolini come padre simbolico a cui guardare con adorazione, oppure profanarlo per cercare di sollevarsi dal peso della sua figura, sono due modi diversi per rimanere schiacciati sotto la sua ombra, vittime di un violento complesso culturale. Ed è quello che è successo in Italia, dove tutte le strade portano a Pasolini. Considerato eroe, martire e figura irraggiungibile (“non c’è più nessuno come lui”, “ci manca un Pasolini”). Oppure, al contrario, accusato di tutti i mali: da ultimo, Francesco Longo su Rivista Studio ha imputato a Pasolini tutti i peggiori tic dell’intellettuale medio e di sinistra italiano, come se Barbara Spinelli o tutti i firmaioli di appelli fossero colpa di Pasolini (che, tra l’altro, aveva sulle palle non gli intellettuali in sé: ma proprio gli intellettuali di sinistra).

Fateci caso: non c’è nessuno più di Pasolini che abbia rifiutato il Padre con tanta ostinazione ma che allo stesso tempo si sia è servito dell’eredità dei padri della tradizione culturale italiana ed europea: da Boccaccio a Dante, da Antonio Gramsci al marchese De Sade, da Gide ai miti greci, per non parlare dell’arte figurativa di Pontorno, Giotto, Masaccio, Piero Della Francesca, Caravaggio. Un’eredità che ha usato per ogni ripresa, nella sua scrittura, nell’immaginazione, nell’invenzione.

È l’unica cosa che si può fare anche con Pasolini: servirsi della sua opera, per liberarsi del suo mito. Perciò, ogni volta che vi capiterà di vedere Pasolini inserito in un Pantheon, guardatelo meglio. Ve ne accorgerete. È fuori posto.

(Nicola Mirenzi è autore di “Pasolini contro Pasolini”, che uscirà a febbraio per Lindau)

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