Parola di Gianni Brera, l’uomo che ha cambiato il racconto del calcio

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Ha educato le masse, i giornalisti e fatto sognare gli stessi calciatori che si riconoscevano come personaggi di un grande racconto

Se qualcuno ci chiedesse: “Sai chi era Gianni Brera?”, molti risponderebbero negativamente e in pochi saprebbero dare una risposta adeguata alla domanda. Se ci chiedessero invece: “Sai cosa s’intende per centrocampista?”, probabilmente, anche i meno avvezzi a seguire assiduamente questo sport, saprebbero rispondere. Di ciò bisognerebbe rendere merito a Gianni Brera, colui che ha fondato per buona parte il linguaggio calcistico e, più in generale, sportivo, che ancora oggi usiamo quotidianamente.

Nato nel 1919 a San Zenone sul Po, è stato l’ideatore di molti neologismi che fanno ancora parte del linguaggio utilizzato dai cronisti intenti a raccontare le partite di calcio. Gianni Brera, uomo di cultura a tutto tondo e grande letterato, è stato il pioniere del giornalismo sportivo ed è al centro di questo lavoro che parte da un evento preciso, una gara che ha segnato e segnerà per sempre la storia del calcio: Italia-Germania 4-3. Una gara folle, dalle emozioni travolgenti che stremarono lo stesso Brera, abituato ad entrare in simbiosi diretta con l’evento che si accingeva a descrivere; il Gioann, come amavano chiamarlo i colleghi e gli amici, pur nel rispetto della sua professione, quel giorno, indeciso sui contenuti da utilizzare per descrivere quella gara che fuoriusciva da ogni possibile schema logico, decise di optare per il ditirambo, canto poetico corale di matrice greca, ritenuto più adatto alla descrizione di un evento che andava al di là di ogni logica. Quel giorno Brera si consacrò ufficialmente come “poeta prestato al calcio”.

Firma di primo piano del Guerin Sportivo, la Gazzetta e il Giornale, per il giornalista lombardo, non c’era infatti distinzione tra il raccontare una partita di calcio e il viverla: le emozioni che provava davano l’input alla sua immancabile Olivetti, e la cronaca veniva fuori come un vero e proprio racconto mitologico fatto di eroi tutti etichettati da un soprannome ad hoc, e di una divinità, Eupalla dea del calcio, che catalizzava attenzioni e sogni di tifosi e lettori. In un’epoca in cui non c’erano pc portatili, telefonini, iphone o chiavette internet, Brera si affidava al suo infallibile taccuino, un mix di appunti, emozioni e disegni di schemi messi in atto dalle formazioni in campo. Poi nella sua postazione in tribuna stampa, accanto alla fondina degli occhiali e alla sacca del fumo, non mancavano pipa, sigari e sigarette che sceglieva di volta in volta a piacere. Questi erano gli immancabili rituali del poeta bergamasco che ripeteva in maniera maniacale in ogni occasione ufficiale.

Prosa impossibile da confondere, creata dalla commistione di elementi ricavati dall’inglese, come, tra i più celebri “gol, dribbling, tackle”, che si univano alla perfezione con arcaismi derivati dalla classicità  come il latino “cursore”, o dialettalismi del suo amato bresciano bassaiolo o dal milanese. Gioann si divertiva a giocare su due fronti, tra immagini letterarie e sportive, cercando di raccontarle e fonderle insieme con malizia aggressiva. La sua prosa ubbidisce a  volte a impulsi distruttivi, che spesso portano a leggiadre invenzioni verbali come “ rovesciata acrobatica” o “ zampata”. Il suo stile s’immedesima con quello che è l’oggetto, riprendendo negli slanci, nelle mosse e nei suoi affondi e rientri, quello che è lo stesso meccanismo che governa la gara.

Nella sua continua produzione e invenzione letteraria, uno dei tanti tratti che più ha contraddistinto i suoi articoli, è stato quello di divertirsi ad assegnare a giocatori o a personaggi di spicco del tempo, dei soprannomi, spesso irriverenti ma fortemente esplicativi. Tra i più famosi e ancora in uso, sicuramente tutti conosciamo “il Cavaliere” per Silvio Berlusconi, “il Baron Tricchettracche per Franco Causio” o “l’Abatino” per Gianni Rivera. Questa sua sfrontatezza, gli derivava dalla consapevolezza di essere uno dei personaggi di primo piano del calcio dagli anni ’70 in poi, uomo cercato da moltissimi allenatori per farsi dare consigli tattici, sempre e immancabilmente a tavola, uno dei luoghi preferiti da Brera dopo la tribuna stampa.

Il suo estro e la sua lirica, diedero vita ad un vero e proprio linguaggio calcistico che tutt’ora esiste, ben impresso nel modus operandi di ogni cronista sportivo. Gianni Brera ha così educato le masse, i giornalisti e fatto sognare gli stessi calciatori che si riconoscevano come personaggi di un grande racconto. Il racconto di quello che non era soltanto uno sport ma “il più bel gioco del mondo”.

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