La mia Parigi, a casa per il freddo e non per paura

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La Tour Eiffel resterà chiusa "fino a nuovo ordine". Lo ha comunicato la società che gestisce il monumento simbolo di Parigi. ANSA/LEVI

Nonostante le difficoltà i cittadini stanno reagendo. E aumentano anche i sorrisi

Venerdì 20 novembre, una settimana dopo gli attentati, finalmente è scesa la pioggia. Con la città ancora scossa dagli arresti di Saint Denis, dopo un autunno finora dal clima insolitamente mite, nel fine settimana successivo all’orrore, i primi freddi hanno offerto a tutti il pretesto per non sentirsi colpevoli o pusillanimi nel voler rimanere a casa.

Ieri c’era una pioggia fastidiosa e sull’autobus ho notato nell’autista la classica forma di “snobismo del funzionario”. La chiamo così perché non saprei come altro definirla, qui a Parigi la chiamiamo “psicorigidità”. Volendo provare a spiegarla, è quella forma di rispetto delle regole che non si sposta di un millimetro, nemmeno quando queste si dimostrano fragili e stupide. La regola del bus, qui a Parigi, vuole che si salga dalla porta davanti senza nessuna eccezione, anche se hai un passeggino e magari sarebbe più comodo entrare dalla via d’uscita. Era il caso di ieri mattina, e il padre con passeggino che aveva dovuto fare una piccola acrobazia per non rimanere chiuso fra le porte, si stava lamentando ad alta voce. Il conducente ha risposto in modo acido, dicendo che non era colpa sua se la gente entrava dalle parte sbagliata.

Ecco, tra il freddo che entrava dalle porte aperte, i vestiti umidi, l’ombrello gocciolante, quell’autista “piscorigido” con quella sua battuta mi ha fatto alzare gli occhi dal giornale e d’improvviso tutto era normale, tutto era come al solito. E ho sorriso. Poi sono tornato al giornale che celebrava le vittime in un lungo articolo di prima pagina, composto di soli nomi in ordine alfabetico. Per non dimenticare.

E questa è una città dalla memoria lunga, che nonostante la ferita inferta pochi giorni fa alla sua gioventù non scorda gli attentati alle metro del ’95. Gli adolescenti e i figli di allora sono oggi i giovani uomini e padri che ricordano quanto fosse pericoloso spostarsi sottoterra. Eppure continuavano a farlo e di certo non si tirano indietro adesso, ed ogni scusa è buona per andare a bere un bicchiere tutti insieme.

Certo, c’è meno gente nelle strade, siamo tutti più guardinghi e ci mancano i turisti, soprattutto là dove te li aspetti di solito. Tutti sono più composti ed è più raro trovare chi ti chiede l’elemosina, forse per la paura di turbare un equilibrio precario. Si moltiplicano le finte allerte, e anche se il pericolo si rivela poi falso, le paure restano vere. Però le si affrontano, e aumentano i sorrisi e si va avanti. Se chiudono la metro per un pacco sospetto si prende la bicicletta, apriamo i capotti e gli zaini quando andiamo a fare shopping e al cinema, e aumentano le battute per spezzare la tensione. Per ogni colpo inferto alla liberté aumenta la fraternité. E mentre non affondiamo fra i marosi dell’autunno che diventa freddo, com’è giusto che sia, aspettiamo di riavere tutti gli autisti di bus a ricordarci la nostra égalité.

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