Il pasoliniano della politica

Politica
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La vita bellissima e controcorrente di un grande intellettuale che fece egemonia

 

Tutti diranno tutto, adesso, di Marco Pannella. Ed è facile prevedere che saranno profuse a piene mani grandi dosi di retorica: sarà l’ultimo paradosso, per uno come lui, anti-retorico per eccellenza. Tutti, adesso, saranno pannelliani, almeno un pochino. Ma questo non sarà strano per uno come lui, che comunque la si pensi, la mente l’ha cambiata davvero a tutti: appunto, almeno un pochino.

Sarà come con Pasolini, detestato da tanti in vita, idolatrato da tutti in morte: e non è l’unico tratto che li accomuna, Pasolini e Pannella, i due grandi eretici, i due grandi intellettuali che – casi unici – pur essendo intenzionalmente minoritari, hanno fatto egemonia, hanno fatto, come diceva Gramsci, storia. Non è un caso se fra i due a un certo punto si fosse stabilito un rapporto speciale, perché Pasolini intuì che Pannella vedeva cose che la Politica non vedeva: e voleva dirlo in pubblico, a quel congresso dei radicali dove non giunse mai, fermato qualche giorno prima dai boia nell’Idroscalo di Ostia.

Sono stati, Pasolini e Pannella, due grandi laici imbevuti di fervore religioso: sappiamo cosa pensi Papa Francesco di Pannella, sarebbe bello anche se scoprisse Pasolini, chissà cosa direbbe. In che senso, laici? Soprattutto nell’identificazione fra laicità, libertà e limpidezza. Si deve sapere tutto, si deve mostrare tutto. Contro i gesuitismi e la ragion di stato, contro i misteri di Palazzo e l’opportunismo di partito, Pannella in sede politica e Pasolini dal suo magistero intellettuale questo pensavano. Niente zone buie. Solo luce.

E ancora, entrambi hanno intrattenuto con la sinistra, col partito comunista, un rapporto sentimentalmente e intellettualmente complesso. Marco Pannella era un uomo di sinistra, quella sinistra di tipo francese – meglio: parigina -, un gauchista anticomunista per il quale i diritti del cittadino vengono prima delle conquiste operaie, e la pace, la lotta contro la fame nel mondo, il gandhismo surclassano ideologicamente non solo la Rivoluzione in un solo paese ma anche la via italiana al socialismo.

Non lo capì bene, la sinistra italiana, Pannella. Ed è anche vero che lui ci si mise di punta, sfidando il Pci. Non senza una certo sfrontato coraggio: rilasciare una intervista assai critica sulla Resistenza il giorno prima del Congresso del Pci (1979) e apparire in quel congresso coperto da un grande mantello nero davanti a tutte quelle giacche e cravatte era un provocazione bell’e buona, e uno come Giorgio Amendola si inalberò: “E’ un intervista fascista!”. E a Tribuna politica contro Pajetta, che era Pajetta: “Prima abbaiavi contro i potenti, ora abbai contro le minoranze”. Figurati quelli, eroi della Resistenza.

Perse? Vinse? Tutt’e due le cose. Esempio facile: il divorzio lo vinse lui, poche storie. Riunì tutti i laici e la sinistra nel cartello del No: e fu, secondo noi, il suo più grande capolavoro. L’Italia cambiò parecchio, quel 12 maggio 1974. Una rivoluzione. Eppure il suo Partito radicale, pur indomito nel suo fantasioso e incessante agire, elettoralmente grande non è mai divenuto, e oggi anzi è quasi sparito. Effetto della mai risolta questione se i radicali debbano stare “fuori o dentro il Palazzo”: che è la loro forza ma anche il loro limite. Tanti errori ha fatto il Partito radicale, come ognuno ne fa nella vita, una vita bellissima come quella del suo leader. La sua vita, quella di Marco Pannella, si è chiusa entrando nella morte piano piano come l’Adriano della Yourcenar: ed è un bel modo di morire, per uno come lui.

 

 

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