Paese reale e media. Un voto, due Italie

Referendum
riforma-costituzionale

Il ragionamento pacato e di merito può tornare ad essere più efficace dello slogan urlato, della demonizzazione dell’avversario, della bugia ripetuta all’infinito

Da molte settimane ormai, come molti colleghi parlamentari e dirigenti del Pd, giro l’Italia per raccontare la riforma costituzionale, per spiegare le ragioni per cui l’ho votata convintamente alla Camera e per cui mi auguro che i cittadini la confermino con il loro Sì il 4 dicembre.

E’ un’esperienza straordinaria: c’è partecipazione, interesse, dibattito, domande serie dal pubblico, a volte entusiasmo a volte dubbi, mai disimpegno, mai toni urlati anche quando si tratta di confronti tra il Sì e il No.

Finisce il dibattito, ancora qualche chiacchiera, magari un selfie, torno in albergo o a casa, accendo la TV o vado a guardare le ultime notizie politiche sul tablet e vedo un’altra campagna: parole forti, non di rado insulti, confronti che scivolano rapidamente nella rissa. Della riforma non si parla quasi per nulla, la polemica si concentra sui compagni di viaggio, su ciò che succederà dopo il 4 dicembre, sui difetti o i pregi di questo o quel leader politico. Uno scarto enorme, un clima completamente diverso da quello che ho lasciato pochi minuti prima nell’ultimo incontro pubblico al quale ho partecipato.

Non so quale delle due campagne influenzerà di più gli elettori. Nei numeri indubbiamente la seconda appare in tutta la sua potenza: milioni di italiani guardano la TV, leggono le notizie dei siti, sono sui social, anche distrattamente colgono qualche titolo forte sui giornali. Oggi siamo alla “scrofa ferita”, all’accozzaglia buona contro l’accozzaglia cattiva, ai ricorsi contro i brogli… Certo tutto questo raggiunge molte più persone di quante non possa incontrare io ogni sera! Ma siamo sicuri che questo rumore di fondo aiuti i cittadini a decidere, a riflettere, a scegliere consapevolmente? E siamo sicuri, noi del Sì, che convenga rincorrere, ribattere, rintuzzare ogni insulto degli avversari?

Possiamo in parte sottrarci a questo modo di fare la campagna referendaria? A costo di apparire ingenua e fuori dal mondo rispondo di sì, penso che almeno dobbiamo provarci. Il ragionamento pacato e di merito può tornare ad essere più efficace dello slogan urlato, della demonizzazione dell’avversario, della bugia ripetuta all’infinito sperando si trasformi in post-verità. Se vogliamo contrastare gli “imprenditori della paura”, quelli che prosperano se l’Italia va male mentre perdono terreno se le cose migliorano, credo abbiamo solo una strada: tornare al Paese reale, parlare con le persone in carne ed ossa, cercare di capire le loro preoccupazioni, cercare di spiegare cosa c’è nella riforma del bicameralismo e perché un Parlamento più efficiente e un sistema più semplice può essere utile alla vita concreta di ciascuno. Se ogni eletto, ogni dirigente, ogni attivista faranno questo sforzo di contatto e dialogo diretto e personale, comunque andrà, avremo ascoltato e parlato con milioni di cittadini e avremo praticato la buona politica, avremo valorizzato fino in fondo la disponibilità e la voglia di partecipazione democratica che il referendum ha risvegliato in gran parte del paese.

Man mano che si avvicina il 4 i commentatori si esercitano nelle previsioni su ciò che accadrà sul piano politico in caso di vittoria dei Sì o di vittoria dei No. Legge elettorale proporzionale e larga coalizione, dice Berlusconi, Legge proporzionale e voto, dice il M5S… Oltre al No in effetti nel campo di chi si oppone alla riforma sembra profilarsi un solo punto in comune: una legge elettorale per le due Camere (che ovviamente resterebbero nei numeri e nelle funzioni come sono oggi) fondata su un meccanismo proporzionale, che consentirebbe di avere maggioranze per governare solo a chi raggiungesse il 50% più un voto.

Ecco, a me sembra che, senza avventurarci in scenari o retroscena da fantapolitica, questa sia la posta in gioco. Se vince il Sì comincia una stagione di rinnovamento delle istituzioni democratiche: si farà la legge elettorale per il nuovo Senato, riconoscendo un peso ai cittadini al momento del voto dei consigli regionali, si modificherà l’Italicum, anche alla luce dell’ormai prossima pronuncia della Corte, si riscriveranno i regolamenti parlamentari… Insomma si metterà in moto un processo di cambiamento e, contemporaneamente, si rafforzerà e si stabilizzerà il sistema il Paese. Potremo andare in Europa e nel mondo con maggiore credibilità ed autorevolezza e potremo contribuire anche fuori dai confini italiani a cambiare l’agenda politica, mettendo al centro crescita, lavoro, lotta alle diseguaglianze. Se vince il No le istituzioni parlamentari restano come sono oggi ma non è vero che non cambia nulla perché l’effetto sarà di indebolire e destabilizzare il Paese. Una sorta di paradosso, che credo molti cittadini possano intuire. Chi è soddisfatto della situazione attuale, o chi pensa che non sia ancora venuto il momento per uscire dalla crisi e dalla lunga transizione del sistema politico italiano fa bene a votare No. Chi sente che l’Italia deve imboccare una strada nuova, con una riforma sicuramente perfettibile ma di svolta, non potrà che votare Sì. Entrambe le scelte sono da rispettare, a noi serve che siano frutto di una riflessione ponderata. Evitiamo, almeno noi, il frastuono.

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