Ora uno vince e l’altro perde. E si sceglie la persona

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Renzi, ma anche Grillo e Salvini sono stati assenti dalla campagna per i ballottaggi. Il motivo è molto semplice: al ballottaggio si sceglie una persona

Domenica sera tutte le città italiane chiamate al voto avranno un sindaco e una maggioranza consiliare che lo sostiene. La regola del ballottaggio è semplice e spietata: uno vince, l’altro perde. Ma è anche una regola di grande efficacia e utilità, perché consente ai Comuni di avere amministrazioni stabili, durature, forti in Consiglio comunale e guidate da un sindaco investito direttamente dagli elettori. Governabilità e responsabilità – i due cardini della democrazia politica – sono garantiti a tutto vantaggio delle città e dei cittadini che vi risiedono.

Dev’essere per questo che la legge elettorale per i Comuni, entrata in vigore nell’ormai lontano 1993, all’alba della Seconda repubblica, è l’unica fra le numerosi leggi elettorali italiane a non essere mai stata rivista, corretta, abrogata o sostituita: ed è anche stata l’unica, finora, che prevede il doppio turno. Finora: perché alle prossime elezioni politiche – salvo colpi di scena – avremo l’Italicum e dunque, se nessuna lista supererà il 40% al primo turno, sceglieremo direttamente al ballottaggio il vincitore. Uno vince, l’altro perde: semplice, spietato, efficiente.

In questi ultimi giorni di campagna elettorale sono fiorite le polemiche sull’assenza di Matteo Renzi dalle manifestazioni a favore dei candidati del Pd, quasi che il partito volesse prendere le distanze dal suo leader (prima del primo turno, a dimostrazione della volatilità delle analisi politiche nostrane, l’assenza di Renzi era considerata, all’opposto, il segno di un profondo disinteresse, al limite del disprezzo, per il suo partito). In realtà nessun leader nazionale ha fatto campagna per i ballottaggi: non Beppe Grillo, tenuto a distanza dalle candidate grilline; né Matteo Salvini (al netto delle sempre prolifiche apparizioni televisive), che non soltanto non ha affiancato Stefano Parisi in nessuna manifestazione, ma neppure s’è fatto vedere a Bologna, dove è in corsa la leghista Lucia Borgonzoni; né tantomeno il gruppo dirigente nazionale di Forza Italia.

Il motivo è molto semplice: al ballottaggio si sceglie una persona. Naturalmente dietro e accanto ad ogni candidato c’è un programma, una coalizione, una squadra, un’opzione ideale, un’appartenenza politica: ma la nettezza della scelta, nella società della comunicazione integrale, pone necessariamente i singoli candidati in primo piano, la credibilità personale, la capacità di convincere. O viceversa – proprio perché la scelta è binaria – spinge a votare “contro” e a scegliere non il candidato più vicino, come di norma accade al primo turno, ma quello meno lontano.

Non c’è dunque da stupirsi, al netto della propaganda elettorale incrociata, delle convergenze fra diversi che si sono qua e là manifestate fra primo e secondo turno: anzi, in un caso almeno – l’appello di Salvini a votare le candidate del M5s – si tratta della semplice conferma di un movimento in atto fra gli elettori.

Il punto è proprio questo: il ballottaggio, per la sua natura stessa e per le dinamiche che innesca, consegna agli elettori un potere immenso, assai maggiore di quello di scelta del partito o del singolo parlamentare con il voto di preferenza. Se al primo turno l’esercito dei candidati, il ceto politico-burocratico locale e gli apparati correntizi hanno un ruolo significativo nel veicolare il voto, ingrossandolo e almeno in parte condizionandolo, al ballottaggio l’elettore è completamente libero e il suo voto torna ad essere d’opinione, a favore o contro una persona, senza vincoli di appartenenza.

Non sempre vince il migliore (come del resto in qualsiasi gara), colpi di scena clamorosi sono possibili, la centralità assoluta del candidato può produrre effetti indesiderati, ma la sostanza è chiara: uno vince, l’altro perde. E a deciderlo sono gli elettori.

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