Ora Renzi abbia più coraggio nel rinnovare la politica al Sud

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Preparativi per le primarie PD in Campania, Terme di Agnano, Napoli, 28 Febbraio 2015. ANSA/CESARE ABBATE

Inutile stupirsi oggi delle inchieste. Se è giusto rivendicare l’autonomia della politica dalla giustizia, è ancora più necessario che il Pd si impegni per costruire una nuova classe dirigente e chiarire il proprio profilo

Dopo la vicenda Quarto, in disaccordo con la linea del mio partito, pensavo che il Pd e i Cinquestelle stessero commettendo l’errore di una contrapposizione frontale e giustizialista, non cogliendo l’opportunità di una riflessione comune sui temi della legalità, del Mezzogiorno, della selezione delle classi dirigenti. Certo, tira più una battuta da campagna elettorale che lo sforzo dell’ascolto e dell’autocritica, ma i nodi, quando non sciolti, non scompaiono: rimangono lì, e tornano sempre, seppur a parti invertite.

Non spetta a noi giudicare della colpevolezza o meno del presidente del Pd Campania Stefano Graziano, indagato per camorra e subito autosospesosi dal partito: è innocente fino a prova contraria, e sarà compito della magistratura giudicare, agendo con celerità e fermezza. Ma è nostro dovere, invece, una volta e per tutte, provare a scioglierlo qualche nodo: nel rispetto dei cittadini, degli elettori, anche di noi stessi.

E allora è giusto ricordare che già nel dicembre 2015 la senatrice Rosaria Capacchione – inascoltata – aveva provato a denunciare l’ambiguo patto di potere tra un pezzo del Pd casertano e Forza Italia sulla vicenda dell’ASI. Così come è giusto ricordare che già nel novembre dello stesso anno la segretaria regionale dei Giovani democratici Antonella Pepe – inascoltata anch’essa, e poi dimissionaria anche per questo motivo – aveva provato a denunciare l’accordo nato tra la giovanile del Pd di Terra di lavoro e le giovani falangi consentiniane in vista delle elezioni universitarie. Così come, ancora, è giusto ricordare la sorpresa di molti esponenti del Pd che la camorra quotidianamente combattono, con denunce pubbliche, nel leggere che molti presunti esponenti di clan e di imprese ritenute vicine ai clan fossero difesi – in qualità di avvocato – da un noto dirigente democratico, la cui famiglia ricopriva e ricopre ruoli apicali nel partito e nelle istituzioni. Sono queste le vicende rispetto alle quali la solita litania del giorno dopo, tra la “fiducia nella magistratura” e “la politica non può arrivare sempre dopo”, comincia ad apparire insufficiente, a tratti insopportabile, sicuramente inutile.

Perché se ha ragione Matteo Renzi, in qualità di capo del governo, nel rivendicare l’autonomia della politica, nel ribadire la presunzione d’innocenza e nel condannare l’uso barbaro delle intercettazioni senza rilevanza penale da parte dei media, è altrettanto vero che il Matteo Renzi segretario del Pd è in grave, gravissimo, ritardo nell’affrontare quella che è una questione esiziale, per la sopravvivenza non solo del suo partito, ma della partecipazione democratica nella sua accezione più ampia: la qualità del consenso e della costruzione delle classi dirigenti, che non riguarda certo solo la politica, ma anche il ceto intellettuale e imprenditoriale del Mezzogiorno; e non solo del Mezzogiorno.

D’altronde, se è vero che il Pd vuole essere il Partito della Nazione nell’accezione gramsciana del termine, e se è vero che la struttura privata e plebiscitaria dei Cinquestelle e del centrodestra non è adeguata ad una riflessione vera sul tema, tocca ai Democratici costruire una risposta che sia credibile: ad una domanda profonda di salvaguardia e rinnovamento della politica e delle istituzioni. Oltre le pezze in bianco e nero e a colori, oltre le emergenze del momento, i commissariamenti, le operazioni spot. Oltre tutto questo, serve una analisi – ed una azione – vera in merito a quali interessi, quali blocchi sociali, quali visioni del territorio, della sua amministrazione e del suo sviluppo, il Pd locale e nazionale vuole rappresentare. E su come si scelgono, selezionano, promuovono, gli uomini e le donne chiamati a farlo.

Un partito diviso a metà tra comunicazione verticale e spesso estemporanea, e continue prove di forza elettorali, rischia di fallire la sua missione storica. Perché è ingiusto leggere sulla stampa che le stesse aziende denunciate dal Pd in qualche città, al Pd, in altre città della stessa regione, pagano tangenti e portano voti. Perché è intollerabile leggere sulla stampa che un boss dei Casalesi possa pensare che votare un esponente del Partito democratico – anche a sua insaputa – possa essere compatibile con i suoi affari.

O si cambia, o si muore, si sarebbe detto un tempo. Il rischio vero, che a continuare così, a morire non possa essere un partito ma la democrazia.

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