Ora la Turchia rischia di precipitare nel baratro del caos

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epa04972111 Protestors shout slogans against violence as they gather in reaction to the twin blasts in Ankara, for a rally in Istanbul, Turkey, 10 October 2015. Twin bomb blasts on 10 October had killed at least 30 people outside a train station in the Turkish capital, Ankara, as pro-Kurdish groups were gathering for a planned peace rally. Turkey's Interior Ministry also said that 126 people were injured in the explosions, which it condemned as a 'heinous attack.'  EPA/SEDAT SUNA

A pochi giorni da nuove elezioni, lo scenario regionale che circonda Ankara è divenuto sempre più disastroso

Novantacinque morti, duecentocinquanta sei feriti, quarantotto dei quali in terapia intensiva: è questo il bilancio del più grave attentato terroristico della storia della Turchia, avvenuto ieri nel pomeriggio ad Ankara, la capitale, a venti giorni dalle prossime, e complicatissime, elezioni politiche. La duplice esplosione ha colpito il corteo che marciava per la pace tra turchi e curdi — in particolare, lo spezzone del partito democratico del popolo (Hdp), filo-curdo – dopo che il blocco del sistema politico uscito dalle ultime elezioni di giugno, il precipitare della situazione ai confini meridionali con Siria e Iraq e l’ambiguo atteggiamento di Ankara nei giorni dell’assedio della città curda di Kobane hanno riacceso l’inimicizia tra il governo centrale e i guerriglieri del Pkk sino al punto di scatenare una nuova guerra.

Per ora, nessuna organizzazione ha rivendicato l’attentato. Ma il primo ministro Ahmet Davutoglu ha avanzato dei sospetti: o è stato il Pkk o è stato l’Isis, ha ipotizzato. Problematizzando, comunque, più di quanto abbia fatto il presidente della Repubblica, nonché vero leader del partito di governo, Recep Tayyip Erdogan. Il capo dello stato ha scritto che gli autori dell’attentato hanno come obiettivo «la solidarietà e l’unità della nazione». Un messaggio che allude a una responsabilità degli indipendentisti curdi, dal momento che l’obiettivo dell’Isis è riunire tutta la comunità islamica sotto le insegne del nuovo califfato, non dividere la nazione turca, che del califfato è stata la sede, sino a quando Kemal Ataturk non decise di abolirlo.
Erdogan ha subito giocato in chiave politico-elettorale la strage, cercando di attribuire la responsabilità ai curdi per riunire intorno a lui — vero difensore della nazione — il popolo turco minacciato dal nemico separatista, nonostante nella tradizione del Pkk non ci sia l’attentato contro i civili (curdi, peraltro). L’interpretazione allusiva di Erdogan urta così non poco con la realtà. La manifestazione, infatti, era stata convocata da una rete larga di associazioni, Ong, sindacati. Ma gli attentatori — probabilmente due kamikaze, come ha detto il primo ministro Ahmet Davutoglu — hanno puntato dritto sui militanti del partito di Selahattin Demirtas, il leader curdo che il 7 giugno scorso è riuscito ad andare oltre l’altissima soglia di sbarramento del 10 per cento, sottraendo abbastanza voti al partito di governo (Akp) da impedirgli di ottenere la maggioranza assoluta in parlamento, necessaria per formare un nuovo governo. Ed è da qui che è derivato lo stallo parlamentare e la convocazione di nuove elezioni per il primo di novembre.

Il vuoto sulla verità dei fatti di Ankara è stato coperto da una battaglia di opinioni politiche. In una manifestazione subito auto-convocata a Istanbul è apparso uno striscione che affermava perentorio: «L’assassino è lo stato». E il leader curdo Selahattim Demirtas ha ribaltato le parole di Erdogan, dicendo che l’attentato non è una minaccia all’unità dello stato turco ma un «attacco dello stato contro il nostro popolo». Il leader curdo ha ricordato che da poco prima delle elezioni dello scorso giugno sono morte «150 persone». Quattro il 5 giugno a Diyarbakir, la capitale della parte curda della Turchia, a un comizio pre-elettorale proprio di Demirtas. Trentatré sono state uccise a Suruc, il 20 luglio, sempre nell’area curda della Turchia, vittime di un attentato rivendicato dall’Isis. Dopo questi fatti sanguinosi — ha accusato Demirtas — «nessun responsabile è stato smascherato», sebbene in Turchia si può essere «arrestati per un tweet», come è capitato al direttore del quotidiano in lingua inglese Today’s Zaman, colpevole di aver ritwittato un pensiero del leader dell’opposizione repubblicana, Kemal Kilicdaroglu.

Una interpretazione della realtà contro l’altra: è questo il punto in cui si trova la Turchia a pochi giorni da nuove elezioni. E non ci sarebbe niente di nuovo, in questa polarizzazione, se non fosse che è lo scenario regionale che circonda Ankara a essere divenuto sempre più disastroso. Su Foreign Policy Soner Cagaptay, storico ed editorialista turco, ha scritto che la Turchia rischia davvero di precipitare nel baratro del caos, perché la doppia minaccia dell’Isis all’esterno e del Pkk all’interno può far deflagrare la situazione, mettendo seriamente in pericolo la tenuta di uno dei pochi paesi che nell’esplosivo scenario mediorientale è stato comunque capace di rimanere stabile.
Certo, molto dipenderà da come andranno le prossime elezioni. Erdogan punta ad ottenere una maggioranza parlamentare che gli consenta di modificare la costituzione in senso presidenziale così da mettere se stesso a capo della Repubblica con pieni poteri. Ma i sondaggi dicono che le intenzioni di voto dei turchi non sono per niente cambiate rispetto alla tornata precedente. E che quindi è probabile che da uno stallo si passi a un altro stallo. Un esito che non darebbe alcuna soluzione. Ma avrebbe delle pericolose conseguenze.

(Nella foto manifestanti nelle strade di Instanbul contro la violenza e in reazione alle esplosioni di Ankara. Foto: EPA / SEDAT SUNA)

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